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Gira al Verdi il “Mulino” ritrovato di Respighi. E ridono i tragici “Pagliacci” di Leoncavallo

Fino a sabato 18 giugno in scena il dittico con il debutto assoluto della partitura del 1908 tratta dal libretto di Alberto Donini

TRIESTE. Alberto Donini aveva appena diciotto anni quando – nel 1905 – la Compagnia Cantoni mise in scena in Italia e all’estero il suo primo dramma teatrale in prosa, “Al mulino”, ambientato nella Russia di inizi ‘900, echi di guerra sullo sfondo e una trama che si svolge tutta all’interno appunto di un mulino. Ne è proprietario Anatolio, padre anaffettivo di Aniuska, ragazza sottomessa che ama segretamente il giovane Sergio, un oppositore del regime zarista arrestato dalla milizia e destinato a essere deportato. A sua volta Aniuska è concupita dal garzone Nicola e questo intreccio di amore, assenza di protezione paterna, odio, desiderio frustrato e vendetta porterà al tragico epilogo finale. Confortato dalla positiva accoglienza riscossa dall’opera teatrale, Donini ne approntò anche un libretto operistico in atto unico affidandolo - nel 1910 - al compositore piemontese Leopoldo Cassone, che ne trasse un’opera di successo. Due anni prima, però, il libretto era stato nelle mani di Ottorino Respighi, che ci aveva lavorato sopra fino al momento in cui aveva richiesto all’autore una versione in due atti con intermezzo, ritenendola musicalmente ma anche drammaturgicamente più efficace. Al categorico rifiuto di Donini, tra i due ci fu un grande litigio che ebbe come conseguenza la rinuncia al lavoro da parte del compositore e l’archiviazione nel cassetto della partitura incompiuta. Adesso, a distanza di più di un secolo, la seconda opera di Respighi rivede la luce grazie al lavoro sinergico del curatore del progetto Fabrizio Da Ros, di Paolo Rosato che ha revisionato e completato la partitura e del Teatro Verdi di Trieste, che ha sostenuto l’operazione realizzandone la messinscena nell’ultimo appuntamento della stagione lirica, in un dittico che prevede anche “I Pagliacci”, dittico in scena dall’11 e fino al 18 giugno (sabato 11 e domenica 12 alle 16, martedì 14, giovedì 16 e sabato 18 giugno alle 20.30). Operazione di per sé meritoria il recupero di Respighi, che restituisce all’ascolto un lavoro giovanile concepito per grande orchestra, ricco di colori, sfumature ed elementi tematici che verranno sviluppati in lavori orchestrali successivi come ‘I pini di Roma’ e ‘Feste romane’. Premesso che, dopo l’indispensabile test della prima esecuzione, la partitura risulta di durata eccessiva e qualche taglio sarebbe opportuno ai fini di una resa drammaturgica più compatta, siamo in presenza di un’opera che poggia le basi su di un tappeto sonoro denso e magniloquente, punteggiato da seducenti screziature timbriche, sul quale si dipana una linea di canto trattata in maniera sinfonica e per questo decisamente impegnativa tanto nella resa quanto nella tenuta vocale richiesta agli esecutori. Di certo una sfida, affrontata e gestita con autorevolezza dalla bacchetta di Fabrizio Da Ros, scrupoloso nell’indagare dettagli così come a perseguire la resa ottimale dell’insieme, in ciò ben assecondato da una partecipe Orchestra e dall’ottimo Coro della Fondazione preparato da Paolo Longo. In palcoscenico, nell’impervia parte di Aniuska e Sergio hanno ben figurato il soprano Afag Abbasova-Budagova Nurahmed e il tenore Zi Zhao Guo, affiancati dai validi Domenico Balzani, Cristian Saitta, Min Kim, Blagoj Nacoski, Anna Evtekhova, Francesco Cortese e Giuliano Pelizon. Scene e costumi sono di Daniele Piscopo, che firma pure l’efficace regia impressionista “dove attraverso i contrasti di luci e ombre viene rappresentato lo stato d’animo dei diversi personaggi...e dove l’acqua, simbolo di purificazione diverrà simbolo di morte”.

Altra atmosfera altri colori ma lo stesso finale tragico anche per “Pagliacci”, secondo titolo del dittico che ha riproposto il capolavoro di Leoncavallo a distanza di diciannove anni dall’ultima rappresentazione. Il direttore Valerio Galli ha optato per una lettura volta a porre efficacemente in luce la scabra drammaticità dell’opera, che ha avuto nel tenore Amadi Lagha, al suo debutto nel ruolo, un Canio intenso e vibrante, ben affiancato dalla Nedda lucente di Valeria Sepe e dal vocalmente esplosivo e centrato scenicamente Tonio di Devid Cecconi. Corretta anche la prova di Blagoj Nacoski, Min Kim, Damiano Locatelli e Francesco Paccorini così come il preciso intervento del Coro. Funzionale e descrittiva la regia di Victor Garcia Sierra, con le scene colorate di Paolo Vitale, i costumi di Giada Masi e le luci di Stefano Gorreri. Prolungati applausi.

Pubblicato su Il Piccolo