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A Trieste garofani rossi e bandiere della pace per l’addio a Boris Pahor: «Grazie professore»

In centinaia a Trieste per l’ultimo saluto allo scrittore morto a 108 anni. Presenti tre ministri sloveni. Il ricordo commosso del filosofo Bavcar

TRIESTE Un ultimo saluto caloroso e collettivo che ha dimostrato, ancora una volta, l’unicità e la portata universale del suo messaggio di pace e comunione tra i popoli. Si è tenuto al Cimitero di Sant’Anna di Trieste, il funerale di Boris Pahor, lo scrittore triestino di madrelingua slovena scomparso lo scorso sabato all’età di 108 anni e che ha lasciato una preziosissima eredità di esperienze e parole alle nostre terre multiculturali che, in certi frangenti, ancora faticano a vivere senza divisioni e rancori.

La celebrazione di Pahor è iniziata un’ora prima della Messa quando si è formata una lunga coda di gente che ha dato il proprio saluto alla bara del professore e lasciato un fiore. Erano tante le persone che camminavano tenendo in mano con orgoglio ed eleganza centinaia di garofani rossi. Alle 10.50 le campane della Cappella del Cimitero hanno dato inizio alla Messa con gli oltre 300 presenti che si sono sistemati attorno al feretro, formando un semicerchio che sembrava stringersi in un grande abbraccio. La Messa è stata celebrata dal vicario per gli sloveni dell’Arcidiocesi di Gorizia Carlo Bolcina, alla presenza dell’arcivescovo di Trieste Giampaolo Crepaldi.

Sedevano in prima fila i componenti della famiglia di Pahor, tra cui i figli Maja e Adrijan. Più in disparte si era messa Vera, assistente di Pahor negli ultimi sei anni di vita, capace di instaurare con lui un rapporto di sincera e forte amicizia. Nutrita la rappresentanza delle istituzioni slovene con tre esponenti del neonato governo Golob: il ministro per gli Sloveni nel mondo Matej Arcon, il ministro degli Interni Tatjana Bobnar e il ministro della Cultura Asta Vrecko.

Più dietro sedevano il console sloveno in Italia Peter Golob, la senatrice Tatjana Rojc e l’ultimo Presidente della Provincia di Trieste Maria Teresa Bassa Poropat. Prima che il vicario Bolcina prendesse la parola gli occhi di tutti si sono rivolti verso il feretro dove era stata posata una composizione floreale raffigurante lo stemma di Trieste, l’Alabarda di quella città di cui Pahor ha vissuto gli orrori del ’900 commessi nei confronti della comunità slovena e in cui ha promosso e sostenuto il lungo processo di riappacificazione tra le genti di queste terre di confine. Vicino al feretro erano posizionate due corone di fiori: una inviata dal premier sloveno Robert Golob e l’altra donata dall’Associazione dei deportati di Buchenwald.

Poco fuori dall’entrata della Cappella un vento delicato ha fatto sventolare una bandiera della pace, quella pace che Pahor in oltre cent’anni di vita ha provato a costruire, raccontando gli orrori vissuti nei campi di concentramento, scacciando l’ombra della morte sempre presente durante la sua esistenza e raccontando con la sua scrittura i mali di cui può essere capace l’uomo, ma anche la potenza che l’amore tra gente con origini e storie diverse può generale.

«Il professor Boris ha camminato costantemente tra il giorno e la notte, difendendo sempre i propri valori etici e morali anche di fronte al patimento e alla solitudine. Qui, professore, davanti a me c’è la sua famiglia e ci sono i suoi collaboratori, ma tutti noi siamo coeredi dei suoi insegnamenti. Siamo una comunità affascinata dal suo esempio e speranzosa di poter continuare a seguirlo», questa la parte conclusiva dell’omelia del vicario Bolcina, seguita alla lettura della parabola dei talenti dal Vangelo secondo Matteo e a un testo tratto dal Libro di Giobbe.

Al termine della celebrazione religiosa sono saliti sull’altare i nipoti di Pahor che hanno raccontato l’essere speciale che è stato il loro nonno: «Da piccoli non capivamo perché non fosse un nonno classico, ci parlava tanto e ci educava all’ascolto e allo studio. Negli anni abbiamo capito che lui riusciva a parlare e a trasmettere preziosi momenti di riflessione non solo a noi due nipoti ma a tutte le nuove generazioni. Era un testimone della storia che sapeva parlare trasversalmente a tutti i giovani».

Successivamente sono stati letti altri messaggi indirizzati a Pahor. Uno dei più intensi è stato senza dubbio quello scritto da Evgen Bavcar, fotografo e filosofo sloveno, che aveva promosso le opere di Pahor, attraverso la sua fitta rete di contatti, in Francia e poi in Germania: «La grandezza di Pahor sta nell’universalità del suo messaggio e nella capacità di aver saputo raccontare la tragedia dei campi di concentramento».

Anni fa Bavcar, cieco dall’età di 12 anni, e Pahor andarono a visitare un campo di concentramento e Bavcar non riusciva a capire cosa fosse un forno crematorio. Pahor gli prese la mano e assieme la misero sopra il forno. Seguirono lunghi attimi di silenzio. Anche nel giorno del suo ultimo saluto Pahor è riuscito a prendere per mano tutti i presenti e a accompagnarli nuovamente nelle tappe della sua vita. Ora lo scrittore riposa nella tomba di famiglia accanto all’inseparabile moglie Radoslava Prempl. —

Pubblicato su Il Piccolo