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Addio al signore del salto: si è spento il sorriso di Alessandro Talotti. Pochi giorni fa aveva sposato la campionessa triestina Silvia Stibilj

40 anni, pluricampione italiano di salto in alto, aveva sposato la triestina Silvia Stibilj, fuoriclasse del pattinaggio

È saltato in cielo. Col suo impeccabile stile, il talento innato – da quando dodicenne con la maglia dei Denver Nuggets l’allenatore, amico, più di un amico, professor Gasparetto l’aveva scovato tra gli aspiranti calciatori al Tre Stelle Campoformido – una grinta, un carattere, una dignità da record del mondo.

Da lassù sorriderà alla vita della sua Silvia e accompagnerà la crescita del piccolo Elio, sei mesi, del cui arrivo aveva saputo proprio nel giorno in cui aveva cominciato la battaglia contro il male.

È morto Alessandro Talotti, 40 anni, pluricampione italiano di salto in alto, per 8 anni primatista tricolore con 2.32, quarto agli Europei 2005, due Olimpiadi in carriera; già consigliere nazionale della Fidal, appena riconfermato delegato di Udine per il Coni Friuli Venzia Giulia, docente a Scienze motorie a Gemona, massofisioterapista. Persona splendida e soprattutto marito e papà.

Sì, la vita è bella non è soltanto un titolo da Oscar, è la verità. Ma la vita sa essere anche bastarda e con Alessandro lo è stata. Anche se lui, fino all’ultimo, questa definizione l’ha rifiutata cercando sempre di trovare un goccio d’acqua in quel bicchiere che si prosciugava ogni giorno di più.

Il tumore all’intestino che lo tormentava da oltre un anno ha avuto la meglio. Il suo fisico, come quello di un saltatore messo all’angolo dopo due errori nel salto, non ha resistito alla terza prova. L’asticella della vita è caduta. No, balle. Talotti quel salto l’ha fatto, alla grande, con classe.

Sì, alla moglie Silvia Stibilj, triestina fuoriclasse del pattinaggio a rotelle, una disciplina dove grazia, talento e forza si fondono in maniera perfetta con la determinazione che ti consente di sognare ad occhi aperti sul filo dell’errore, ai genitori, ai parenti, ai centinaia di amici, tifosi, che aveva nel mondo dell’atletica e non, gli attestati di stima per il loro Ale adesso forse non servono.

Ma col tempo questo accadrà, perché il sorriso e la determinazione di Alessandro vinceranno ancora.

La lotta non mi spaventa

«Sono stato un atleta, un salto è una questione di secondi, ma dietro c’è una preparazione dura, maniacale. Ci sono fatica, sofferenza, delusione, gioia – aveva detto in autunno nel pieno della sua battaglia e poco prima di diventare papà – Tutto questo mi sta aiutando, questione di allenamento mentale. Non mi spaventa la lotta, mi fa paura l’ignoto, specie come quando in questi giorni ho lo stomaco sottosopra. E soprattutto, non mi sento come un saltatore in pedana alla terza prova, ma uno che batterà il record del mondo». E ancora: «Fisicamente sono provato, ma la testa corre veloce, viaggia. Il tempo acquista un valore diverso e ci sono tante cose che mi piacerebbe fare prima che sia tardi. Ma devo vincere questa battaglia, prima di tutto».

Una casa d’amore

Lottava con tutte le forze e ripensava alla sua carriera Alessandro, in giorni struggenti passati a combattere cercando la forza negli occhi e nei vagiti di quel piccolo erede che nella stessa casa stava crescendo. Sofferenza e amore. Quello di Silvia, 27 anni, sei ori mondiali, abituata a vincere e lottare. «Tra noi due è mia moglie Silvia è la fuoriclasse. Io in pedana ero Talotti, uno che saltava 2 metri e 32 ed è arrivato alle finali olimpiche, lei è Sotomayor, il cubano che volava altissimo, ha stabilito il primato mondiale e vinto le Olimpiadi», aveva detto.

Gli esordi

Torneremo a Sotomayor, il campione che in questi mesi ha sempre sostenuto l’amico nella battaglia, prima val la pena ricordare come Talotti sia arrivato nella crema mondiale dell’atletica, magnificamente accodandosi a una serie di talenti del salto in alto sfornati dal Friuli a partire da Enzo Del Forno, passando per Luca Toso, Massimo Di Giorgio, presidente ora della Federatletica Fvg.

L’intuizione che dentro quel ragazzino dodicenne smilzo e lungagnone che a Campoformido tirava quattro calci al pallone, ci fosse del talento da allenare, è stata del professor Mario Gasparetto. Chi mastica un po’ di atletica in regione e frequenta il campo di Paderno lo conosce bene. Per gli altri il prof è stato l’ombra di Alessandro Talotti. Un’ombra discreta, intransigente, educata e amorevole fino agli ultimi giorni.

Un secondo papà per Alessandro e di questa affermazione siamo convinti il primo papà di Alessandro ne andrà fiero. «Prova a fare atletica, prova a fare salto in alto», l’esortazione di trent’anni fa. Come ricorda il “nostro” Vincenzo Mazzei, che ha seguito salto dopo salto per il Messaggero Veneto la carriera del campione, galeotta fu, dopo i primi allenamenti tecnici al campo di Paderno, una riunione nell’ex capannone del Legno Nord di Baldasseria Bassa. L’esile cadetto non fece fatica a vincere.

Poi gli allenamenti, la convinzione che cresceva, il campo di Paderno che, tra delusioni, fatica, vittorie e sogni, dopo la scuola, diventò la seconda casa di Alessandro.

Quindi un altro salto nella storia: il Golden gala di Roma del 1997. La pedana dello Stadio Olimpico, un segno del destino, la gara allievi, anteprima di quella delle star, vinta con 2.04 metri, il sussulto dei dirigenti Fidal. E ancora il tricolore allievi o, da juniores, a Gorizia il salto a 2.17 e, nel 2000, l’ingresso nel gruppo sportivo Carabinieri, in cui è stato fino al 2016 fino al congedo, e l’azzurro, quello vero, quello dei grandi.

Le olimpiadi e i record

Poi i salti, quelli veri, quelli che lo collocano tra i più grandi specialisti italiani del salto in alto. Gasparetto allenava, Angelo Gasparin e i tre amici Del Forno, Toso e Di Giorgio, i moschettieri del salto friulano, consigliavano, D’Artagnan-Talotti volava. Quarto posto agli Europei Juniores di Monaco nel 2002 con 2,27, quota 2.30 (il primato italiano che ha resistito 8 anni) superata per la prima delle quattro volte volta a Firenze l’anno dopo.

E poi la consacrazione: Olimpiadi di Atene 2004 in cui si piazzò dodicesimo con 2.27 e più di qualche rimpianto. Quindi arrivò a Glasgow il 2.32 al coperto, primato personale, un salto che in gennaio aveva riproposto sui social con orgoglio, segno di speranza, forse di nostalgia.

Nel 2009 fu finalista al World Athletic Tour, l’attuale Diamond League.

E ancora la seconda Olimpiade di Pechino nel 2008 onorata nonostante un problema muscolare accusato alla vigilia.

La rottura del tendine rotuleo del ginocchio della gamba di stacco, una sciagura per un saltatore, non ha poi impedito a Talotti di tornare a gareggiare ad alti livelli e a quote di tutto rispetto, fino a dieci anni fa, quando già però con la carica di consigliere nazionale Fidal e il lavoro di massofisioterapista, dopo una laurea ottenuta mentre rivaleggiava con i giganti nelle pedane di tutto il mondo, aveva cominciato a costruire un solido futuro. Con competenza, idee. Sì, perché Talotti odiava le beghe interne da campanile, o cortile fate voi, le gelosie nel mondo dello sport.

Amava i progetti, i talenti.

Gli chiedevi di “Gimbo” Tamberi e gli si illuminavano gli occhi. Gli chiedevi di Alessia Trost, di più. «Alessia è un talento incredibile, ha saltato due metri da giovane, deve credere in se stessa e tornerà a saltarli», diceva sempre, sperando in cuor suo in un ritorno della pordenonese in Friuli per proseguire la corsa olimpica.

Il valore dell’amicizia

Pensava, costruiva, progettava, gettava ponti, intesseva contatti, coltivava amicizie. La sua casa, non di sofferenza, ma di amore, in questi mesi, in queste settimane è stata visitata da ex compagni di nazionale, campioni, amici.

Un giorno ci chiamò: «Ti porto al Messaggero il più grande, te lo prometto». «Chi? Lui?», rispondemmo.

E dieci giorni dopo con Luca Toso si presentò in viale Palmanova con Javier Sotomayor uno che quando fa l’autografo si firma 2.45 e tu ti senti piccolo piccolo. Vederli i due assieme è stato uno spettacolo. Di sport. Di vita. Talotti davanti al mito-rivale e Sotomayor davanti all’amico. Una roba da insegnare nelle scuole, anche in Dad, purché lo si faccia.

L’eredità

Il fuoriclasse cubano era arrivato a Udine per lanciare la prima edizione di Udine Jump, il meeting invenzione di Talotti, Gasparetto e Di Giorgio, che insieme all’associazione Udin Jump Development e a Udin Lab, laboratorio creato qualche mese fa con Scienze Motorie di Gemona per studiare scientificamente l’evoluzine dei salti, diventeranno una delle più belle eredità lasciate dal campione.

Pochi giorni dopo quel meeting 14 mesi fa ecco insieme la scoperta della malattia e della prossima paternità nel bel mezzo di una pandemia.

Quasi un anno fa in una lettera al Messaggero Veneto Alessandro parlò del suo male, della sua voglia di combattere e di vivere.

«Ecco vorrei dire a coloro che vedono tutto nero che anche bere un bicchiere d’acqua con una fettina di limone è stato per me un sogno che si realizzava quando, tolto i tubi e le flebo, mi hanno detto che potevo tornare a sorseggiare l’acqua in modo normale e non mi avrebbe provocato nessun dolore o fastidio», aveva scritto.

Il bicchiere mezzo pieno, anche quando gli oltre dieci cicli di chemioterapia affrontati (un’enormità) non arginavano il dilagare del male, lo stesso che aveva ucciso da giovane suo nonno. Il bicchiere pieno, quando l’avevamo visto in occasione della tappa del Giro d’Italia («La bestia la tengo sotto controllo) o , soprattutto pieno, perché alla fine di ottobre era arrivato Elio, il suo erede. Il bicchiere pieno come quando si era presentato a sorpresa, provato, ma felice alla giunta del Coni regionale a fine novembre con tanto di pasticcini per festeggiare l’arrivo del piccolo. O quando, venerdì, ha voluto sposare la sua Silvia con quell’ultimo, struggente foto col piccolo Elio.

Il messaggio

Scrisse questo del virus che sta sconvolgendo il mondo: «Il mio unico pensiero sul Covid-19 è che questa, come tutte le crisi nasconda un’opportunità. Le opportunità sono di diverso tipo. Personali e sociali. A livello personale c’è l’occasione di modificare alcune delle nostre abitudini soprattutto lavorative ma non solo. L’opportunità sociale è invece quella di comprendere a livello dei grandi rappresentanti delle nazioni che il virus non conosce confini, trattati, convenzioni. Se il mondo vuole sconfiggere questo virus deve ragionare come Umanità.

E non come italiani o tedeschi o francesi o come indiani o nigeriani o come americani e messicani. Lo sconfiggeremo questo virus, ma tutti insieme come popoli uniti, dove i Paesi più ricchi aiuteranno i più poveri, dove i più sviluppati aiuteranno i sottosviluppati. E dal dialogo che rimarrà una volta sconfitto il virus, nascerà un mondo migliore». Un giorno Silvia, oltre a far vedere i video e le foto dei salti, farà leggere questi pensieri di papà al piccolo Elio. E allora la vita sarà meno bastarda e più bella. Ciao Alessandro. 

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Pubblicato su Il Piccolo