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Addio Milos Forman, otto Oscar con Amadeus

Il regista aveva 86 anni. “Qualcuno volò sul nido del cuculo” (5 statuette) fu campione di incassi

PRAGA. Due morti e un mistero segnano l'infanzia di uno dei più grandi registi dell'Europa dell'est, incoronato da Hollywood, ma mai scordato dai suoi compatrioti. Jan Tomas (Milos) Forman, scomparso nella sua casa in Connecticut a 86 anni, resta una strana e solitaria figura incompiuta nella storia del cinema, regista di talento, ma soprattutto uomo amato da tutti per la sua cultura, la passione, i tratti da gentiluomo d'altri tempi. Nato a Caslav, nell’allora Cecoslovacchia, si vide privato dei genitori quando era ancora un ragazzo. Il padre, professore e poi partigiano, morì nel lager di Buchenwald; la mamma fu deportata a Auschwitz e non fece ritorno. A 30 anni Milos era già figura di spicco nella «primavera culturale» di Praga. Dopo l’esordio nel 1960 con il documentario «Lanterna magica», si faceva apprezzare quattro anni dopo con il primo lungometraggio «L'asso di picche» e nel 1965 sfiorava l'Oscar per il miglior film straniero con «Gli amori di una bionda». Nel 1968, sconvolto dalla brutalità dell'invasione russa nel suo paese trova rifugio in America, accolto in quella grande comunità di artisti esuli che Hollywood nutriva fin dalla migrazione europea durante il nazismo. Nel 1971 torna dietro la macchina da presa con «Taking Off» e riprende così il filo di un racconto generazionale con una caustica parabola dei «vizi» giovanili e dell'incapacità della generazione adulta di intercettare fragilità e aspirazioni dei propri figli.

Grazie all'amicizia con Jack Nicholson, ottiene nel 1975 la sua grande occasione americana: dirige «Qualcuno volò sul nido del cuculo» dal romanzo autobiografico di Ken Kesey con cui guadagnerà 5 Oscar, tutti i più importanti, 28 premi in totale e uno dei migliori incassi del decennio. A parte la formidabile interpretazione di Nicholson, di certo c’ra la capacità del regista di trattare una storia tipicamente americana con una sensibilità profondamente europea che trasforma i meccanismi spettacolari del racconto in una sottile identificazione dello spettatore col desiderio di libertà dei protagonisti. Con le stesse armi affronterà nove anni dopo - nel 1984 - la solitudine e la passione infantile per la vita del genio ribelle Mozart nel suo spettacolare «Amadeus», otto volte celebrato alla cerimonia dell'Oscar, compresa la statuetta per la migliore regia. Strano a dirsi, «Amadeus» è grande spettacolo dell'intimità, un viaggio nella psiche e nel mistero del genio, in fondo un nuovo inno alla libertà come il «Cuculo» e il fastoso musical «Hair» (1979), calato nella cultura pacifista degli anni della guerra in Vietnam. Quasi si sentisse in debito con la terra che lo aveva accolto, nel 1981 Forman dirige «Ragtime» di E. L. Doctorowt; e quasi volesse riannodare i legami con la cultura europea, nel 1989 si rifà al più celebre dei romanzi epistolari, «Le relazioni pericolose» per dirigere il raffinato «Valmont». In questo caso però l'esito è sfortunato perché l'uscita del film viene bruciata sul filo di lana dalle «Relazioni pericolose» di Stephen Frears il cui successo divistico (John Malkovich e Michelle Pfeiffer) oscura l'elegante trasposizione di Forman. Tornerà nel 1996 con lo scandaloso «Larry Flint», biografia romanzata del miliardario un tempo re del mercato pornografico a stelle e strisce, Orso d’oro a Berlino. Ma qualcosa si era rotto nel feeling tra lui e il pubblico: come nel successivo «Man on the Moon» del 1999 non scatta più l'empatia tra l'eroe del racconto e lo spettatore e la regia di Forman si riduce a un impeccabile professionismo senza luce. Ma se è vero che un artista resta tale nell'immaginario del suo tempo anche solo per un film che definiamo memorabile, Milos Forman può dirsi tale per aver superato quel limite almeno tre volte nella sua vita.

Pubblicato su Il Piccolo