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Facciamo l’autopsia alla Buona scuola

Il bisturi del prof Busson nelle magagne dell’istruzione

«La scuola è morta» scrive Lorenzo Busson, docente alle superiori di Rovigo. E con una buona dose di ironia, ma anche di resilienza, decide di procedere all’autopsia del cadavere.

Via al primo taglio di bisturi, da cui fuoriescono subito fiotti di sigle bizzarre e incomprensibili - Clil, Pof, Bes - e un’inquietante Pirls. Abbondano gli anglismi (cooperative learning, feedback, coaching), che, in un’istituzione con l’obiettivo di fornire una salda conoscenza della propria lingua, dimostra quantomeno pigrizia nel trovare un comunissimo sinonimo italiano. Incidendo più in profondità, si scopre una massa anomala, l’«alternanza scuola-lavoro». Nessuna traccia, invece, del pensiero critico, che deve essere stato già espulso.

In "Autopsia della Buona Scuola" (Ibn editore, pagg. 159, euro 12,00), Busson disseziona la quotidianità didattica in una serie di brevi capitoletti, quasi esclusivamente in forma di dialogo diretto. Chi parla non viene esplicitato (un po’ come fa Camilleri in "La concessione del telefono"), a simboleggiare che si potrebbero svolgere in una scuola qualsiasi.

Tra coloro che non si vogliono ancora adattare al cambiamento, il protagonista del libro: il professore di lettere Pasotti, alter ego dell’autore. «Dai, sul serio, cosa fai tu?», gli viene chiesto poiché non si impegna nell'organizzazione di progetti collaterali alle canoniche lezioni. E lui, candidamente: «Insegno».

Professor Busson, una rianimazione della scuola è possibile?

«Se fossi rassegnato alla sua morte, allora cambierei mestiere. Ho ancora fiducia che la si possa cambiare, innanzitutto mettendo mano alle leggi che l’hanno riformata, ritornando a un approccio serio. Insomma, che la scuola torni a forgiare spiriti critici».

Nel libro, un preside dichiara: "Dobbiamo far uscire i ragazzi, che qui dentro fanno la muffa!". che ne pensa della didattica all'aria aperta?

«L'idea che mi sono fatto è che, nella scuola di oggi, tutto ciò che venga fatto fuori dalle mura sia considerato positivo, mentre in classe una perdita di tempo. Per carità, sarebbero tutte occasioni utili se solo si aggiungessero al percorso didattico tradizionale, invece di sostituirlo. Alla fine, si crea solo confusione negli studenti. Me lo confermano quando parlo con loro: «Basta, vogliamo rimanere in classe e finire il programma», dicono».

L’alternanza scuola-lavoro si sta rivelando un'esperienza formativa?

«Secondo me, vengono usati per due anni e spremuti come limoni, poi sostituiti. Solo in casi rarissimi, parlando coi ragazzi, affermano di aver imparato o fatto qualcosa di nuovo. Io penso che se riuscissimo a fornire loro una preparazione teorica buona, poi imparerebbero subito il mestiere. Invece, si vuole anticipare tutto per dare alle aziende delle persone già formate praticamente».

Quanto c'è di autobiografico nel suo libro?

«Sono 30 anni che insegno e mi confronto coi colleghi delle altre scuole. Parlando con loro prendo spunti e poi li assemblo. Molte situazioni si sono verificate, ma poi le ho reinventate».

Ma quindi ha avuto anche lei uno studente che per evitare un’interrogazione si è ficcato due dita in gola…?

«Certo, anche quella è capitata! Ha poi vomitato su una compagna di classe cinese. Da noi sono un po’ razzisti…».

Gli insegnanti, quanto sono responsabili o invece vittime dell'attuale stato dell'istruzione?

«Forse abbiamo accettato questa deriva e ci sono state scarse reazioni. Anche perché questa trasformazione è stata calata dall'alto a piccole dosi dalla politica e in maniera trasversale, mentre se tutto fosse stato trasformato all'improvviso ce ne saremmo accorti più facilmente. Nella scuola burocratizzata gli insegnanti hanno dimenticato la loro natura e sono diventati dei semplici burocrati, snaturando il compito di coltivare e appassionarsi allo studio delle materie per poi insegnarle».

A differenza del suo personaggio, è riuscito finalmente a capire il significato di Toc, Nai, ma soprattutto del Pirls?

«Assolutamente no. Un anno scolastico è formato da 200 giorni e normalmente la preside stila 700 comunicazioni, tutte scritte per sigle dando per scontato che sappiamo cosa significhino. Io le dico che è tutto chiaro, tanto poi se ne dimentica tra le varie scuole che deve seguire. Addirittura, una dirigente nella mia provincia ha 23 reggenze: in pratica una per ogni giorno del mese! Personalmente, preferisco continuare a concentrarmi sui libri che mi servono per insegnare».

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Pubblicato su Il Piccolo