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Folla e lacrime a Sant’Anna a Gorizia per l’ultimo saluto a Mlakar

La chiesa non ha potuto accogliere tutti gli amici del 55enne morto sulle Dolomiti. Sulla bara la maglia gialla con il numero 10 indossata da Marco e una sua foto

GORIZIA. Una maglietta gialla con il numero dieci, il “suo” numero dieci, e una fotografia, sulla bara in legno chiaro. Questo ciò che, di tangibile, materiale, richiamava chi non c’è più. Il resto, ciò che è più grande e importante - i sentimenti e i valori, gli affetti e i ricordi -, strabordava dai cuori delle centinaia di persone che sabato 23 luglio hanno partecipato al funerale di Marco Mlakar, il 55enne goriziano morto in Alto Adige dopo essere caduto mentre saliva tra le rocce rosa del Catinaccio, nelle Dolomiti. Erano in tantissimi, sotto il sole a picco, ad attendere nel piazzale davanti alla chiesa di Sant’Anna, con un caldo insostenibile quanto è il dolore di chi ha perso un padre, un marito, un fratello, un amico o un compagno di squadra.

Poco prima delle 12 l’arrivo del feretro, sul quale subito è stata adagiata accanto ai fiori la sua divisa da gioco, quella con il numero dei calciatori di talento, indossata chissà quante volte sui campi e sui campetti di tutta la regione. Schierati, a poca distanza e poi in una chiesa che non ha potuto contenere tutti, c’erano anche i compagni della formazione Amatori di Farra, con le magliette blu della società.

«Salutiamo Marco con la tristezza per la sua perdita, ma anche con la gratitudine per tutto ciò che ha saputo dare nella sua vita, perché davanti al mistero della morte rimane l’amore», ha detto don Nicola Ban, aprendo la celebrazione di fronte a tanti occhi lucidi, uomini e donne che hanno faticato a trattenere la commozione. Tra la folla, ovviamente, anche molti dirigenti e rappresentanti delle società calcistiche nella quali Mlakar ha militato, o che ha affrontato da avversario, ed ex giocatori, amici, conoscenti.

Nella sua omelia, don Nicola ha invitato tutti a salire idealmente in montagna, per salutare Marco. «Si sale per mettere alla prova se stessi, ma anche per vivere l’amicizia, lo spirito di gruppo, per vedere il panorama e quel che da valle non si può vedere, spesso rendendosi conto di quanto si è piccoli di fronte al creato – ha detto –. Con questo spirito certamente camminava anche Marco. E anche noi come lui oggi siamo chiamati ad allargare le prospettive, sentirci parte di una squadra che sta soffrendo, ma avvertire anche che la morte non può avere l’ultima parola sull’esistenza. Abbiamo bisogno di speranza di eternità, e le relazioni, le amicizie, i sentimenti profondi, durano per sempre». E per sempre sicuramente Mlakar resterà nei cuori di coloro che l’hanno conosciuto, e con cui ha condiviso le tante passioni della sua vita. Abbiamo detto del calcio – attualmente era contemporaneamente allenatore e giocatore di una delle formazioni degli Amatori Farra, il più presente in assoluto nell’ultima stagione come ha raccontato al Piccolo il presidente Gianluca Mattioli –, e poi c’era ovviamente la montagna, che frequentava spesso e con coscienza, preparazione, dedizione. Anche per questo l’incidente fatale sulle Dolomiti, mentre Mlakar percorreva assieme ad alcuni amici il tratto conclusivo della ferrata Santner sul Catinaccio, ha generato sorpresa, cordoglio, dolore infinito. Un dolore che le cause di quel volo terribile, ancora in attesa di essere chiarite, non potranno placare. Anche se, di infinito, resterà soprattutto il bene che Mlakar ha lasciato in chi lo ha conosciuto. —

Pubblicato su Il Piccolo