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Inghiottiti dalla montagna: 7 morti, 8 feriti e 14 dispersi il bilancio della tragedia sulla Marmolada

Nel cielo di nuovo azzurro sta atterrando l’elicottero Écureuil B3 del soccorso alpino. Scende Gino Comelli, da trent’anni in servizio su queste montagne dell’Alto Adige. Non c’è concitazione fra lui e i suoi colleghi, nessun fremito di speranza. Solo una tremenda consapevolezza: «Purtroppo non abbiamo neanche una possibilità su cento di trovare qualcuno ancora vivo là sotto».

Ecco cosa sta succedendo: tre droni manovrati dalla zona di Passo Fedaia, a 2.100 metri di altitudine, salgono in quota e arrivano sul ghiacciaio della Marmolada. Il punto del seracco, del distaccamento di ghiaccio e detriti grande come due campi da calcio e spesso trenta metri, è visibile a occhio nudo da chilometri di distanza. Sono venuti giù 260 mila metri cubi di montagna. Sono venuti già come un lama. Sono calati a ghigliottina in dieci secondi. Così è cambiata la geomorfologia del luogo e la vita di 29 persone.

La vetta di prima è irriconoscibile e adesso i droni ci volano sopra, passano a sfioro con le telecamere di alta precisione. Puntano ogni macchia di colore, ogni minima traccia. Cercano anche con le telecamere in grado di registrare una differenza di temperatura. Accanto al manovratore, c’è un vigile del fuoco che controlla nello schermo. Quando la telecamere inquadra un dettaglio - ecco, uno scarponcino chiodato - viene inviata la posizione precisa all’elicottero del soccorso alpino. Allora i droni si fanno da parte, per fare entrare in azione la squadra di Gino Comelli. Alta, sul costone della montagna, sta la vedetta. Con un binocolo di precisione fissa l’orlo del ghiaccio. Perché in quel punto ci sono ancora due «crepacci attivi».

Due fenditure che potrebbero preludere a un nuovo crollo. «Massima prudenza, abbiamo un bomba sopra la nostra testa», dicono alla radio. E così, con la posizione precisa trasmessa dal drone, quando la vedetta assicura il pilota sulla tenuta del ghiaccio e sullo spazio di manovra, l’elicottero si abbassa fino quasi a toccare con i pattini quella gigantesca slavina. Il soccorritore scende per il tempo strettamente necessario. Meno di un minuto. Quanto basta per mettere quello scarpone chiodato dentro un sacco, controllare intorno e risalire a bordo. Là: un telefono. Un pezzo di giaccone. I segni inequivocabili di quanto è accaduto.

Vanno e vengono dal cielo, mettendo insieme i reperti di quella che già adesso appare come la più grave sciagura di montagna dovuta al cambiamento climatico. Sette morti, otto feriti, quattordici persone che mancano all’appello.

«Sono persone reclamate», spiegano i soccorritori per lasciare spazio a qualche speranza. Magari sono altrove e senza collegamento telefonico. Oppure sono errori di comunicazione: come quel bambino finito fra i dispersi, quando invece era a casa sua sano e salvo. Di certo sono persone che qualcuno sta cercando proprio adesso, mentre l’elicottero riparte e atterra ancora. Ma ogni volta non porta buone notizie. I parenti sono seduti in cerchio dentro una stanza con tutti i vetri oscurati. È al primo piano della sede della Croce Bianca di Canazei. La pista di atterraggio è proprio lì davanti, ma ormai nessuno fa più caso a quel rumore. Non si può immaginare un posto peggiore dove ritrovarsi. Per tutta la giornata gli psicologi cercano di proteggere le persone in attesa di notizie e accompagnano i parenti chiamati per l’identificazione. Tutti cercano le parole giuste per dire quello che si vede lassù.

«Per noi è estremamente importante dare solo le notizie certe e con il dovuto rispetto per le persone coinvolte», dice il capo della protezione civile della provincia autonoma di Trento Raffaele De Col. L’impatto violento di quella lama di ghiaccio sugli escursionisti sta rendendo tutto molto incerto. Per questo tutti ripetono quella parola, Dna, che applicata a una tragedia della montagna sembra assurda. E invece indica proprio l’incertezza e la necessità di tempi lunghi. Indica lo strazio. I genitori di Filippo Bari hanno visto il selfie felice di loro figlio in cima al ghiacciaio. Mancavano pochi istanti prima del finimondo. Erano le due di pomeriggio quando si è sentito quel rumore spaventoso.

Ma anche lui non si trova, anche se di sicuro era là. Non è fra i primi quattro cadaveri identificati. «Era bellissimo, lavorava in una ferramenta, ma era innamorato della montagna», ha detto il padre Beppe Bari alla giornalista della Rai Anna Milan. «Io gli dicevo che era pericoloso fare quelle escursioni, ma per lui erano troppo importanti. Erano motivo di profondo amore. Lascia una figlia di 4 anni. Adesso io e mia moglie abbiamo paura del futuro. Dobbiamo aiutarci e sorreggerci fra noi parenti, dobbiamo stare uniti». Poi anche loro, i genitori di Filippo Bari, sono entrati nella stanza con le sedie a cerchio.

In quella stanza del dolore è entrato anche il presidente del consiglio Mario Draghi, alle tre di ieri pomeriggio. Ha stretto le mani di tutti, ha ascoltato e spiegato quello che gli era appena stato riferito dai vertici delle forze dell’ordine impegnate nei soccorsi. Il temporale era finito. Gli elicotteri potevano tornare a alzarsi in volo. Ha detto: «Le ricerche andranno avanti con ogni sforzo possibile».

Ma adesso venivano chiamati due nonni. Dovevano andare con un poliziotto per prendere l’auto di un nipote che non è tornato giù dal ghiacciaio. «Li ho visti qui davanti, è stato straziante» spiega Walter Lorenz del Rifugio Cima 11. È l’ultimo ristoro prima della salita. Nello spiazzo quattro auto sono rimaste parcheggiate per tutta la notte fra domenica e lunedì. E lo sono ancora adesso. Quattro auto che forse aiuteranno a capire chi c’era davvero sul ghiacciaio quando è venuto giù la valanga.

È un’altra giornata molto calda: 25 gradi a 2.000 metri. Il record di giugno è stato 28. La funivia è ferma in segno di rispetto. Lutto per gli esseri umani e lutto forse anche per questa stessa montagna che sta morendo a sua volta. Tutto il versante del ghiacciaio è sotto sequestro. Sigilli come nel caso di un crimine. E infatti i turisti vengono a fotografare il punto esatto dell’assassinio. Alla partenza del sentiero c’è il Museo della Grande Guerra, con bar e libreria annessi. È gestito dal sindaco di Rocca Pietore, Andrea De Bernardin. «Eccolo qua» dice mostrando con amarezza e rabbia un libro che porta la sua firma. È un libro fotografico edito nel 2006. Titolo: «Il ritiro del ghiacciaio della Marmolada. Storia e immagini». Il sindaco De Bernardin è disperato per quello che è successo. «Lo stavamo dicendo in tanti e da tanti anni. Ecco la foto del 1989, ecco quella del 1999. È incredibile il confronto. E adesso, guardate lassù». Montagne brulle. Verde vegetazione, nero rocce. Dal suo locale il sindaco vede passare ogni genere di escursionista. «Sono qui da quando ero bambino, ho visto arrivare gli ignoranti, gli inesperti e i cretini che non rispettano la montagna. Ma cosa possiamo dire a quelle persone di domenica? Erano ben equipaggiate, erano in cordata su quella che viene chiamata “la via normale“. Io dico che era del tutto imprevedibile quello che è successo. Un distaccamento di quella portata, è pazzesco. Siamo di fronte a una cosa impensabile».

Stanno diventando sempre più frequenti le cose impensabili anche da queste parti d’Italia. Proprio il comune di Rocca Pietore era stato l’epicentro della tempesta di vento chiamata Vaia a ottobre 2018, grandine e raffiche a 180 chilometri all’ora. «Seicento mila abeti abbattuti nel giro di un’ora», ricorda il sindaco De Bernardin. «Dobbiamo preoccuparci per davvero. Dobbiamo cambiare i nostri comportamenti. Altrimenti questo ghiacciaio scomparirà». Cambiare. Anche il soccorritore Gino Comelli usa la stessa parola: «Da quando l’uomo nel 1864 ha messo il primo piede sul ghiacciaio della Marmolada non era mai successo niente del genere, ci troviamo di fronte a qualcosa di totalmente nuovo che dovrà cambiare completamente il nostro modo di vivere questa montagna. Un’uscita che prevede il ritorno nelle ore calde del pomeriggio non sarà mai più fra le cose possibili». La montagna è affollata di turisti. Non si riesce a immaginare una guerra da qui, ma la guerra c’è stata. La guerra c’è. Ecco: sono le conseguenze. Un altro temporale si abbatte su Canazei quando è notte, e aspettare è il peggiore dei compiti in notti come questa.

Pubblicato su Il Piccolo