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Viktor Sulčič, il papà dello stadio Bombonera, era nato tra i sassi di Santa Croce

Oltre allo stadio a Buenos Aires l’architetto fumettista firmò il Mercado de Abasto

Anche chi non sa niente di calcio e non ha mai sentito parlare di Diego Armando Maradona, se si trova in vacanza a Buenos Aires non può mancare di andare a visitare la Bombonera.

Perché dentro la “scatola di cioccolatini” dipinta di blu e giallo si trova condensata, come nel tango, quell’anima argentina fatta di passione, nostalgia e orgoglio. Lo stadio in realtà ha un altro nome, ma non lo ricorda nessuno perché da sempre per tutti è la Bombonera. In alto sulle gradinate dove sono appesi gli striscioni dei tifosi ce n’è uno con su scritto “El pueblo no olvida a quien lo hizo feliz. Gracias Diego”.

La gente non dimentica chi lo ha fatto felice, eppure non è del tutto vero, perché chi costruì la scatola e la consegnò al popolo perchè potesse aprirla e gustarsi i bombon che Maradona dispensava con il suo genio svogliato, è finito nel dimenticatoio. Secondo il sito del Boca Juniors l’autore del progetto è solo uno, Josè Delpini, mentre non c’è traccia di Viktor Sulčič, che lo ideò e gli diede quel nome che gli sta a fagiolo perché osservando dall’alto i tre livelli di gradinate incombenti quasi a perpendicolo sul campo, sembra proprio una grande scatola di cioccolatini a più piani.

Il papà della Bombonera, uno stadio monumento che ospita ancora adesso 50 mila spettatori, così addossato alle case attorno che le grida dei tifosi ne escono amplificate in modo pazzesco, era sloveno, nato nel 1895 a pochi chilometri da Trieste, nel paese di Santa Croce, Križ, tra contadini, scalpellini e pescatori che andavano a caccia di tonni.

L’infanzia di Sulčič non è stata facile. Rimane orfano e viene cresciuto da una zia che lo fa studiare a Trieste nella scuola per capi d’arte. A diciotto anni si trova in guerra con la divisa degli austroungarici. Il giovane ha una dote, è bravo a disegnare e così lo mandano in prima linea con un bloc notes per ricavare delle immagini del fronte per lo stato maggiore. Finita la guerra, studia architettura prima all'Accademia di Belle Arti di Bologna e poi al Regio Istituto di Belle Arti di Firenze. Dopo un primo periodo di lavoro a Riva del Garda, si trasferisce a Zagabria. Nel 1924, a 29 anni, decide di emigrare in Argentina, come tanti sloveni che in quegli anni preferiscono lasciare l’Italia fascista. Durante i primi mesi a Buenos Aires, grazie alla abilità con la matita, trova lavoro come fumettista e può mettersi in tasca i suoi primi 300 pesos, ma soprattutto fa amicizia con il geometra Raúl Bes. In Argentina il suo titolo di studio non è riconosciuto e così Sulčič e Bes si uniscono all’architetto Josè Luis Delpini, con il quale fondano l'Estudio Delpini-Sulčič-Bes Ingenieros-Arquitectos.

Dalla fine degli anni '20 Sulčič e Delpini formano un tandem impareggiabile. La formazione classica e la sensibilità formale di Sulčič e il brillante contributo di Delpini nel calcolo delle strutture in cemento armato fanno sì che lo studio firmi alcuni importanti progetti a Buenos Aires come il mercato Vélez Sársfield e l’imponente Mercado de Abasto, oggi trasformato in un centro commerciale. Poi Sulčič da solo progetta il portico d'ingresso del cimitero della città di Luján e la Casa jugoslava di Dock Sud ed è il responsabile della chiesa gotica del Sacro Cuore di Gesù.

Negli anni '40 lavora intensamente alla progettazione di case antisismiche per la provincia di San Juan, appena colpita da un devastante terremoto. Anche se Sulčič non ama il calcio, non può non sapere che il Boca Juniors è la squadra più importante, insieme al River Plate, di Buenos Aires e dell’intera Argentina. Fondata da alcuni emigrati italiani a fine Ottocento, espressione della comunità italiana del quartiere di La Boca, tanto che i calciatori sono chiamati ancora oggi xeneises, genovesi, la squadra di calcio del Boca Juniors ha bisogno di un nuovo stadio. Nel 1932 la dirigenza acquista un terreno, ma non è grande ed è stretto tra le case circostanti, così si pone il problema di come costruire uno stadio che possa contenere migliaia di persone in uno spazio angusto.

Ci pensa Sulčič, che risolve il problema edificando tre livelli di gradinate in acciaio che ricordano i pensieri progettuali del razionalismo italiano, in particolare dello stadio di Firenze progettato da Pier Luigi Nervi. Si dice che l'idea dei vassoi sovrapposti sia nata da una scatola di cioccolatini a più piani che un'amica della moglie di Sulčič aveva portato a casa. Ma Sulčič è un’anima inquieta, un bohémien, mentre i tempi per consegnare il progetto incalzano. Così per poter finire di disegnare lo stadio devono portarlo in una casa di campagna ad Adrogué da cui non lo fanno uscire fino a quando non ha completato il progetto.

La Bombonera viene inaugurata il 25 maggio 1940 mentre lo stadio profuma degli aromi genovesi della fugazza, della fainà e del pesce fritto che si spandono dalle bettole attorno. Pochi anni dopo la vita di Sulčič è funestata dalla morte del figlio Igor, che a 10 anni viene ucciso da un amico, che gli spara al cuore in un gioco finito in tragedia. Per il dolore l’architetto abbandona la sua attività e si rifugia nella pittura e nella letteratura, viaggiando per gran parte dell'Argentina meridionale e del Cile ed esponendo le sue opere in entrambi i paesi.

Nel 1965 pubblica il libro di poesie “Luci e ombre”, in cui sono incluse anche tre poesie in sloveno, tre anni dopo appare il libro di racconti "La Olla" e, pochi mesi prima di morire, il suo ultimo libro, "Juan Benigar, il saggio che morì seduto". Mai interessato a mettersi in mostra, Sulčič per anni non è stato menzionato come l’autore di uno degli stadi più famosi del mondo fino a quando nel 2010 l'Ambasciata di Slovenia a Buenos Aires (Sulčič è stato sempre un membro attivo della comunità slovena della capitale argentina, impegnato in attività benefiche e cofondatore del settimanale Novi List) gli ha dedicato una mostra retrospettiva.

L’ideatore della scatola di cioccolatini è morto il 9 settembre 1973 a Buenos Aires all'età di 79 anni, e le sue spoglie riposano nel caveau dell'Associazione slava del cimitero di Chacarita.

Pubblicato su Il Piccolo