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A mezzo secolo dalla Strage di Peteano un libro racconta dubbi, misteri e depistaggi dietro l’enigma Vinciguerra

Paolo Morando pubblica per Laterza una ricostruzione dei fatti del 31 maggio 1972. Restano molti interrogativi

Mezzo secolo fa un’auto-bomba esplodeva a Peteano e uccideva tre carabinieri e ne feriva gravemente altri due. Era il 31 maggio 1972. Per questo attentato è stato condannato all’ergastolo Vincenzo Vinciguerra che ha confessato la propria responsabilità e sta scontando la condanna a vita.

Non è ricorso in appello e dopo un lungo silenzio nel 1984 con le sue dichiarazioni alla magistratura, ha aperto uno spiraglio sulla strategia della tensione che dagli anni Sessanta del Novecento ha insanguinato l’Italia.

Le sue parole hanno innescato le indagini di magistrati coraggiosi e capaci come Felice Casson e Guido Salvini ed è emerso il ruolo avuto nelle stragi dai movimenti di estrema destra Ordine Nuovo e Avanguardia nazionale: ma soprattutto le inchieste hanno rivelato la copertura fornita ai terroristi da alcuni apparati dello Stato e il depistaggio attuato da uomini in divisa e in toga per evitare che la verità emergesse.

Molti dettagli di questi depistaggi sono messi in evidenza dal giornalista Paolo Morando in un libro sconvolgente che fa emergere il disegno eversivo collegando episodi, inchieste, documenti, sentenze, nomi e date. Il libro ha per titolo “L’ergastolano - la strage di Peteano e l’enigma Vinciguerra” (Laterza); nelle 284 pagine l’autore si pone una serie di domande sulle stragi e su coloro che le hanno compiute o “coperte” con depistaggi prolungati e devastanti.

“Ma è veramente tutto chiarito o esistono ancora verità nascoste che meritano di essere svelate e raccontate?” si chiede Paolo Morando che con la sua ricerca definisce molti aspetti della congiura che tentò di rovesciare la democrazia nel nostro Paese.

Le inchieste che si sono susseguite, hanno travolto le “verità” precostituite a tavolino dai Servizi segreti deviati e dagli uomini che li gestivano indossando la divisa dei carabinieri. Generali, colonnelli, capitani sono stati chiamati a risponderne negli anni Ottanta all’opinione pubblica ma in alcuni casi anche ai Tribunali come accadde a Dino Mingarelli e Antonino Chirico.

Ne uscirono stritolati come la loro inchiesta che aveva cercato di addossare ingiustamente a sei goriziani la responsabilità della strage: i sei goriziani sono stati assolti dopo anni di battaglie giudiziarie in cui hanno rischiato l’ergastolo.

Gian Piero Testa, cronista de “Il Giorno” ha definito il clima terribile di quel processo triestino nel suo libro del 1976 dedicato alla strage e Paolo Morando lo cita ampiamente. “È sconvolgente ripercorrere gli avvenimenti: prove costruite, testi intimiditi, un confidente che diventa superteste ripetutamente colto a dichiarare il falso. Chi ha fiducia nelle istituzioni stenterà a credere che tanti episodi siano veri, invece è realtà”.

Dalle pagine del libro Morando ripropone la vicenda dimenticata di Mauro Roitero, un impiegato della Prefettura di Trieste che a Monfalcone, sua città di residenza, aveva ascoltato in un bar la voce poi diffusa ampiamente dalla Rai di uno degli attentatori di Peteano. E l’aveva riconosciuta e subito ne aveva scritto alle autorità in sei lettere anonime inviate al prefetto di Gorizia che le aveva girate alla questura.

L’iniziativa di Roitero non aveva avuto esito, mentre avrebbe potuto far individuare gli attentatori di Peteano perché nelle lettere erano descritti i due giovani, uno dei quali aveva telefonato. Invece nel 1976 Roitero era stato morto in una stanzetta attigua al suo ufficio della Prefettura di Trieste.

Una morte poco chiara, nell’imminenza del processo che vedeva sul banco degli imputati i sei goriziani innocenti. “Semi sdraiato su una poltrona, senza scarpe, con le gambe e i piedi allungati sopra una sedia. Tra le mani una rivista a luci rosse, i pantaloni aperti…”, scrive Morando e aggiunge citando alcune righe della sentenza - ordinanza firmata dal giudice Felice Casson nel 1986: “la circostanza che la strana morte di Roitero si fosse verificata nelle more del processo ai sei goriziani e nel momento in cui più forti e insistenti si presentavano le denunce contro gli inquirenti - magistrati e carabinieri – a causa di asserite deviazioni operate a copertura della pista nera, suggeriva di verificare bene la reale causa della morte di Roitero, anche perché il dottor Russi, sentito il 27 ottobre 1983 dal giudice, aveva dichiarato di aver certificato il decesso per probabile infarto solo perché un suo collega di lavoro aveva detto che soffriva di cuore e senza aver esaminato minuziosamente il cadavere”.

Insomma è legittimo il sospetto, scrive Morando, che sia stata tutta una messa in scena, successiva a un delitto che nascondeva l’identità degli attentatori, uno dei quali era proprio Vinciguerra.

Pubblicato su Il Piccolo