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Addio a Boris Pahor, scrittore simbolo della storia di Trieste: ha vissuto e narrato i dolori e gli orrori di tutto il Novecento

Si è spento all’età di 108 anni lo scrittore triestino di madrelingua slovena testimone di un secolo

TRIESTE Il destino di Boris Pahor, morto domenica notte nella sua casa di Trieste all’età di 108 anni, ha passato il secolo: pur segnato dalla Nemesi di tutta la sua comunità, quella slovena della Venezia Giulia, da un fato a cui, apparentemente, non ha potuto opporsi, del proprio secolo lo scrittore ha vissuto tutto il peggio. E anche il meglio: ha potuto da una parte godere degli eccezionali cambiamenti della società, dei costumi, dell’apertura di un mondo rimasto fino ad allora perlopiù privilegio di pochi.

Ma ne ha vissuto anche gli orrori, quasi a ribadire il concetto heideggeriano dell’ “essere per la morte” a cui come uomo e come scrittore si è opposto. Ne ha rilevato, però, il “linguaggio come casa dell’essere” in cui egli ha racchiuso tutto il suo pensiero di verità: una saggezza data dall’esperienza dunque, quella dell’identità che il fascismo ha cercato di negargli, del dover, cioè, innanzitutto, da bambino divenire altro da sé, quel vedere le fiamme dell’incendio del Narodni dom – la casa di cultura slovena a Trieste, distrutta dalle fiamme della furia squadrista e fascista nel 1920 -, come un presagio per l’esperienza del lager nazista, del suo lungo vagare tra Dachau, Markirch–Strutthof, Dachau ancora, Dora Mittelbau, Harzungen, Bergen Belsen. Ma anche la forza salvifica dell’amore che lo scrittore intreccia alla catarsi della parola in modo inscindibile: la sua poetica che diviene poesia, riporta lui e noi tutti all’origine del senso dell’esistenza, a quell’alto senso di Humanität che racchiude la capacità di illuminarci da una parte, ma anche di redimerci.

La fortuna di non essere divenuto cenere diviene predestinazione: a saper raccontare ciò che non è raccontabile. Di quegli uomini, definiti Nacht und Nebel. Di tutti gli umiliati e offesi a cui Pahor, attraverso la sua parola, è riuscito a dare voce pur nella consapevolezza che il Novecento tutto abbia determinato anche quel venir meno del connubbio tra discorso letterario e ordine razionale del mondo, perdendo così di fatto una parte della propria capacità di creare.

È stata l’arte, dopo quegli incessanti (quanto inutili, perché mai confermati definitivamente) Nie wieder! ad assumersi il compito di illuminare il mondo, di ri-legittimare la parola, rappresentare una realtà inimmaginabile a un altro essere umano: ed è proprio la capacità di ricreare l’inimmaginabile dell’inferno del lager la peculiarità per eccellenza dell’opera di Pahor che va quindi contestualizzata entro quella rivolta morale, conseguente alla devastazione, provocata dai totalitarismi, a definire la necessità di voler e dover ritrarre gli aspetti più aberranti della distruzione organizzata per ricomporre un contesto, entro il quale fosse più chiara la scissione tra bene e male, tra ciò che è vivo e ciò che è morto.

L’opera di Pahor si inserisce dunque entro quell’anima poetica che non si deve intendere come mera sinergia di taluni aspetti delle letterature nazionali, ma come una specie di Bildungsroman collettivo attraverso il quale l’Autore esplica la propria necessità ma anche la volontà di mettere in luce la conoscenza esistenziale per se stessa (quella, appunto, del genocidio, della distruzione di massa e dei sistemi totalitari, vissuta in prima persona), affinché possa generare un essere umano autentico, espressione autentica di tutto il bagaglio della sua Bildung.

Esiste allora, e viene ricercato anche da Pahor, tale equilibrio, per cui egli, nella sua incessante ricerca dell’essenza dell’esistenza e del coesistere, in lui, dell’immanenza e della trascendenza, deve essere inteso come un Ulisse moderno: il suo racconto si colloca nel contesto delle grandi testimonianze del Novecento, come parte di un’unica epopea, protrattasi proprio dai tempi di Ulisse, in cui, a volte, quest’ultimo si tramuta in Icaro nel voler vedere compiere il fato, senza considerare la paura della morte. Dirà, infatti: «La morte era sempre presente, dietro l’angolo. (...) Succedeva infatti che il corpo smagrisse e smagrisse, e uno aveva sempre davanti agli occhi le parvenze che avrebbe assunto egli stesso. Lì non c’erano specchi in cui potersi guardare. C’erano dei momenti in cui la morte diventava realtà tangibile. E la si viveva non solo con il pensiero, ma concretamente tramite quel camino che fumava giorno e notte emanando odore di sego bruciato. E bisognava inspirarlo, non si poteva fare altrimenti...Alla fine ci si abituava lentamente anche a quell’odore... La prossimità della morte e la convivenza con essa erano la normalità per me, per noi nel lager».

La lucidità con cui Pahor sembra porsi nei confronti del proprio passato rileva come sia determinante, per lui, l’essere riuscito a definire il rapporto tra il proprio vissuto e la necessità di scrivere – che risulta essere a suo dire una operazione igienica. L’autore vuole ri-raccontare il proprio pellegrinaggio ai confini con la morte e, quindi, con lo scibile, in cui vengono a incontrarsi due realtà, costituite da due grandi ombre: l’esperienza e, dunque, la realtà storicamente definita e dimostrabile, e l’altra, quella che ricollega Pahor all’essenza della sapientia poetica, capitale prezioso e costitutivo della sua parabola letteraria, per cui, nel suo caso, l’immaginazione porta alla rielaborazione letteraria del ricordo, dell’esperienza.

È indubbio che sia stata la grande tradizione slava a segnare, innanzitutto, la scrittura pahoriana, la riflessione sulla società, sui suoi limiti, le sue carenze (la lezione di Dostojevskij e di Tolstoj, l’intima sfera proposta da Cechov), così come non si può in nessun modo eludere il neorealismo italiano, soprattutto Vittorini, Pavese, Pratolini o Silone. Boris Pahor come testimone di oltre un secolo di storia, si è lasciato assorbire dal quesito cruciale sul senso delle guerre, ma rinunciando coscientemente alla paura della morte e, anzi, affrontandola a viso aperto. La narrativa pahoriana è stata presa in considerazione in Italia e in Europa appena dopo la caduta del muro di Berlino, quando si è ammesso di aver disconosciuto come facente parte della cultura europea tutto quello che veniva prodotto dalle letterature considerate ’minori’, o ubicate in quel non-luogo al di là della cortina di ferro. Il racconto pahoriano, però, porta in nuce anche la fede nella possibilità della salvezza: per Piero Boitani il viaggio di Ulisse rappresenta un cammino “attraverso il tempo (che) è un viaggio, come quello della nostra esistenza, verso l’Ade: dell’essere verso il non-essere, da questo all’altro mondo, dalla vita alla morte”.

Il suo capolavoro

In tal senso è stato forse casuale che il capolavoro di Boris Pahor, Nekropola, sia stato pubblicato in Francia e negli Stati Uniti con il titolo Pèlerin parmi les ombres/Pilgrim Among the Shadows. Sicuramente non è un caso che Boris Pahor abbia dedicato proprio Necropoli alle ombre, o – come egli stesso ha scritto– “ai Mani di coloro che non sono tornati”. Ed è dunque tutto, tranne che casuale anche la mia definizione di Boris Pahor come di “uno scrittore oltre le ombre”. Le ombre che Pahor cerca di re-incontrare, di riportare in vita, sono quelle degli uomini oppressi dai regimi totalitari del XX Secolo, e sono naturalmente anche le protagoniste occulte e indiscusse del suo racconto che si manifestano sin dalla sua prima raccolta di prose brevi del 1948, Moj tržaški naslov (Il mio indirizzo triestino), dove viene documentata, in un dialogo interiore privo di qualsiasi sovrastruttura elaborativa o stilistica, l’esperienza dello stesso autore e con essa quella dei sopravissuti nei lager, dei perseguitati, degli umiliati e degli offesi, dei giovani senza gioventù, come lo scrittore viene a definire la sua generazione.

È attraverso questo rivivere ogni giorno la morte, quella di chi non si è potuto salvare, che Pahor riesce a rimediare, a differenza di Primo Levi, al tragico senso di colpa e impotenza nel ritrovarsi, casualmente, tra i sopravissuti: la restituzione della memoria come realtà vissuta si rende dunque necessaria, com’è necessaria la speranza. Il ritorno al mondo prima della fine del mondo ha dettato a Pahor parole evocative che lo ricollegano a milioni di deportati: Lui prima e dopo la Germania: chi sa se questi due uomini potranno mai incontrarsi? «Questa è la terribile domanda che l’autore viene a porsi nel romanzo Spopad s pomladjo (Una primavera difficile) in cui viene tracciato il doloroso e catartico ritorno alla vita. Chi ha indossato la giubba zebrata dei campi di sterminio, non è potuto uscirne indenne: il poeta sloveno Igo Gruden, reduce dal lager fascista di Arbe, ha scritto come «chi ha visto Arbe non potrà più sapere cosa sia la felicità».

Boris Pahor continuerà a scuotere le coscienze di generazioni di lettori: autore di una trentina di libri di narrativa e saggistica, di numerosi saggi e articoli di carattere storico-letterario, storico, politico, fu ideatore e per oltre due decenni direttore e anima della rivista Zaliv, dal 1966 al 1991 (anno della dichiarazione di indipendenza della Repubblica di Slovenia) unica tribuna che accoglieva riflessioni e scritti anche di oppositori al regime jugoslavo e rappresentanti della diaspora slovena del secondo dopoguerra, ma anche autore, assieme al maggiore scrittore sloveno contemporaneo di matrice cattolica, Alojz Rebula, di un libro-intervista al grande intellettuale e poeta Edvard Kocbek, fondatore, quest’ultimo, dell’ala cattolico-sociale del Fronte di Liberazione in Slovenia ed emarginato da Tito. In esso Kocbek, in una lunga intervista con Boris Pahor, rivela alcune scottanti verità su epurazioni e eliminazioni sommarie perpetrate con la connivenza delle forze alleate dal regime jugoslavo nell’immediato dopoguerra. La pubblicazione di queste rivelazioni ha portato le autorità jugoslave a negare a Pahor per ben due volte e per lunghi periodi l’ingresso nella Repubblica jugoslava.

Un unico racconto

Boris Pahor, facendo di tutta la sua opera un unico racconto, sottende come l’aspetto biografico per lui risulti essere inscindibile da quello letterario: non scrive spesso in prima persona anche se continua a celarsi dietro a tutti i protagonisti dei suoi racconti, suoi alter ego, cittadini di Trieste, che sostengono sempre e comunque la necessità di testimoniare, quasi come se nel grandioso affresco dei romanzi pahoriani potessimo vedere e rivedere la stessa storia, rielaborata soltanto nella scelta della contestualizzazione della salvezza. E Pahor ha voluto indicare le possibilità della salvezza attraverso una galleria di figure femminili, mai scontate, protagoniste assolute di questa salvezza. Emerge perciò principalmente la sua condanna della dittatura e la lucida analisi storica e politica della città nella quale egli è nato e che diviene il suo microcosmo ideale, dal quale egli parte per raccontare, ma al quale egli ritorna sempre, tessendo il quadro di una memoria collettiva. Pahor è divenuto emblema delle tragedie del Novecento: la sua fede nel valore della democrazia, la sua denuncia aperta contro tutte le dittature, contro il grande che vuole distruggere il piccolo, come egli stesso asserisce, sono valori che costituiscono, assieme alla forza salvifica dell’amore, il messaggio centrale della sua opera, in cui egli si fa mediatore tra noi, lettori, e il mondo delle ombre.

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Pubblicato su Il Piccolo