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Ronchi dà l’addio a Olimpia Gellini, partigiana sopravvissuta ad Auschwitz

È morta a 98 anni, era diventata staffetta partigiana ed era stata arrestata nel 44. Mercoledì il tributo della città al cimitero

RONCHI Era l’unica superstite ancora in vita, sopravvissuta dall’orrore dei campi di concentramento nazisti: Ronchi dei Legionari ha perso Olimpia Gellini. Non era solo una delle tantissime donne arrestate e deportate quasi alla fine della seconda guerra mondiale, ma anche una testimone che, dopo alcuni anni di silenzio, ha voluto raccontare quella sua tremenda esperienza, specie ai ragazzi.

Olimpia Gellini, vedova Legovini, era nata a Ronchi dei Legionari il 22 giugno del 1924. La più anziana di 5 fratelli. Una ragazza normale e straordinaria allo stesso tempo che, non ancora ventenne, aveva incontrato altri militanti antifascisti in via Pacinotti, ai piedi del Carso. Era diventata staffetta partigiana con il nome di battaglia Stana ed aveva iniziato a portare generi alimentari, ma anche messaggi nascosti nell’orlo della gonna.

Sapeva bene come celarli, lei che aveva imparato il mestiere di sarta. Erano le 14 del 5 maggio 1944 quando fu arrestata nella sua casa. Nella mattinata era stato catturato un partigiano che, torturato, aveva rivelato alcuni nomi di appartenenti alla stessa organizzazione. Quindi era stato ucciso. Olimpia fu avvisata che il suo arresto era questione di ore. Ma preferì attendere i suoi carcerieri per evitare che fossero prelevati suo nonno ed altri membri della famiglia.

Fu dapprima rinchiusa nelle carceri di Sesana e, poi, al Coroneo di Trieste dove rimase per cinque mesi. Il 24 luglio fu scelta, assieme ad altre 5 donne, per essere fucilata. Ma si salvò perché, nel frattempo, era stato arrestato l’autore di un attentato ad un camion carico di tedeschi. Il 5 ottobre la partenza: destinazione Auschwitz, dove gli fu affibbiato il numero di matricola. Era il 88933. Da li il trasferimento a Chemnitz, dove Olimpia fu impiegata in una fabbrica di munizioni. Turni da 12 ore al giorno. Il 9 maggio, dopo un terribile bombardamento, Olimpia Gellini, si svegliò e scoprì che le SS erano scomparse.

«Era rimasta solo una kapò – raccontava – che si impossessò del mio straccio detto cappotto e fuggì». Da li in lungo viaggio verso casa. Due mesi di cammino sino a Linz, poi in treno sino a Bolzano. Qui un prete trovò a lei e ad altre sventurate prigioniere, tra le quali alcune ronchesi, che le portò sino a Ronchi dei Legionari: era il 29 giugno del 1945. Una storia tragica conclusasi in maniera positiva, ma che ha segnato Olimpia per tutta la vita. Mercoledì 18 maggio la città le tributerà l’ultimo saluto, con una benedizione che, alle 11, avrà luogo nella camera mortuaria del cimitero di via D’Annunzio. La sua salma sarà esposta dalle 10.

«Una donna – ha detto il sindaco, Livio Vecchiet – alla quale la città dovrà essere grata per sempre». Olimpia lascia le figlie Sonia con Edi e Cinzia con Claudio e Paolo e le sorelle. Proprio la famiglia desidera ringraziare i sanitari delle cure palliative, gli assistenti della cooperativa Terranova ed il suo “angelo custode” Giulia. Di quei terribili anni, oggi, a Ronchi dei Legionari, rimangono ancora in vita Mario Candotto, nato nel 1926, deportato a Dachau e Rodolfo Franzi, classe 1923, anch’egli internato nello stesso lager.

Pubblicato su Il Piccolo