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Lo choc degli amici per la morte di Alessandro sulla A23: «Se n’è andato il migliore di noi». L’ultimo sms alla fidanzata Giulia

La fidanzata Giulia: Era un ragazzo buonissimo. Il cugino Samuele: «Per me era un fratello»

TRIESTE Se n’è andato il migliore di noi, e non è retorica. A raccontare chi è stato Alessandro Paolini – il giovane morto a 21 anni in un incidente sulla A23 -, il segno che ha lasciato nelle vite degli altri, si entra in un territorio fatto di lacrime, fotografie, aneddoti, dove lo spazio si fa da parte e resta il ritratto di un ragazzo perbene, generoso, che amava il suo presente. Soprattutto: sapeva essere felice e contagiare gli altri con la propria serenità. C’è pertanto qualcosa di terribile, straziante, irrecuperabile nel modo in cui questo giovane di appena 21 anni è stato portato via presto, troppo presto, agli affetti.

La sua ragazza, Giulia Furlan, in un groppo di sofferenza, nella cameretta di Vermegliano dice una nuda verità: «È stata la persona più buona che abbia mai conosciuto. Io sono molto fragile, di carattere. E lui ogni giorno mi dava se stesso. C’era sempre, per me. Anche ieri». Mercoledì, il giorno dello schianto sull’A23. «Il suo ultimo WhatsApp è stato: “Buon giorno, amore! Che programmi hai oggi? Ci vediamo dopo lavoro?”».

Giulia stenta a finire la frase. È un coltello nel cuore, sgorgano le lacrime, a fiotti. Perché Alessandro Paolini era così: anche se si svegliava alle 5 per arrivare puntuale alla Site, la filiale di Ruda dove da un paio di mesi era occupato, sapeva archiviare la giornata lavorativa in un lampo, e tuffarsi in ciò che amava. Gli amici, la famiglia, la ragazza. Lui e Giulia si erano conosciuti d’estate, a Capodanno si erano messi insieme e da quel giorno non si erano mai staccati l’uno dall’altra. «Era sempre col sorriso, non voleva mai litigare per nulla, pensava prima a me che a qualsiasi altra cosa – spiega –: era davvero uno che si faceva in quattro per gli altri». E che fosse davvero così, non una frase che si dice quando il lutto annichilisce, lo testimonia l’andirivieni di amici, ieri, alla casa di Vermegliano, dove Alessandro viveva con i suoi. E dove amici, parenti, ex colleghi si sono affacciati per stringersi attorno a papà Eddo, nato a Pulfero, mamma Donatella, impiegata alla Questura di Gorizia, la sorella Viviana. Per portare, come si può, un conforto.

Ma è un precipizio, un gorgo di dolore, pensare che quell’amico con «una parola sempre positiva, il sorriso stampato sul volto», quel ragazzo che «amava la palestra, il sushi, la vita sana, la guida prudente pure sulla moto rossa, le colline goriziane e slovene, sorseggiare un caffè alla Boutique del dolce», come ricorda l’amico Francesco Capitanini, se n’è andato per sempre. È una paralisi, un arto offeso che non si rimarginerà mai.

«Sono figlio unico e per me Ale è stato un fratello: sono cresciuto con lui», racconta il cugino Samuele Turra, l’unico cui Alessandro cedeva il volante, perché preferiva sempre guidare lui. Insieme si erano iscritti alla Web fit e, prima ancora, alla Unica, due palestre. «Quando c’era da consolare qualcuno di noi – dice – non si tirava mai indietro ed era generoso, per davvero. Aveva il dono dell’empatia, sapeva mettersi nei panni degli altri, più sfortunati. Un punto fermo della mia vita. E uno choc scoprire cos’è successo. I miei volevano aspettare di dirmelo a casa, ma un amico mi ha girato la notizia alle 12, stavo al lavoro».

C’è un aneddoto che dà la cifra della prudenza di Alessandro sulla strada e risale, anni addietro, a quando dovette ritirare la moto, un’Honda 125, presa a Trieste. C’era quel giorno la bora. Così preferì affidarsi al vicino di casa e amico Fabiano Ascione, che aveva molta più esperienza sulla strada. Gli pagò il biglietto del treno e lasciò ritirasse la moto in sua vece, nonostante ci tenesse moltissimo. «Era – dice l’amico – l’esatto contrario della spericolatezza. Tanto pacato nella vita quanto prudente sulla strada. M’è venuto l’amaro in bocca a sapere che Ale non era al volante». Stava sul sedile del passeggero. Dove alle 8.23 di un mercoledì di fine aprile un ragazzo perbene, ch’era al lavoro, è morto sul colpo. T. C.

Pubblicato su Il Piccolo