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«Roma è la città dei morti» Fantasmi e tradimenti del narratore irlandese

Enrico Terrinoni pubblica per Feltrinelli un saggio dove racconta il periodo vissuto da J.J. nella capitale

la recensione

La scuola romana apre le ostilità e proclama la capitale del Regno d'Italia la vera culla del genio creativo dell'esule James Joyce. Raccoglierà la sfida l'avanguardia triestina? Com'è noto Joyce visse dodici cruciali anni a Trieste in cui scrisse gran parte dei suoi capolavori. Di contro c'è chi attribuisce una straordinaria importanza all'intermezzo dei sette mesi e sette giorni che lo scrittore irlandese trascorse a Roma con la compagna Nora e il piccolo figlio Giorgio. Di fatto, da quando vi mise piede nel luglio 1906, fino a marzo 1907 quando tornò a Trieste, Joyce non scrisse una riga, fatta eccezione per le lettere al fratello Stanislaus e la corrispondenza estera per la Banca Nast Kolb & Schumacher dove aveva trovato lavoro. Ora, a raccontarci da una prospettiva nuova e inquietante la storia dei giorni che Joyce passò nella capitale d’Italia è Enrico Terrinoni, ordinario di letteratura inglese all'Università di Perugia, traduttore dell'”Ulisse” e di “Finnegans Wake” e autore di “Su tutti i vivi e i morti. Joyce a Roma” (Feltrinelli, pp. 215, euro 19), in libreria dal 20 gennaio. Un libro “strano”, nel senso di “alieno”, come suggerisce la lettura del termine nella definizione di Roma come “a strange world” che si trova negli appunti di Joyce per il dramma “Esuli”, scritto a Trieste nel 1915.

Nel “Breve avvertimento” iniziale Terrinoni ci informa che il suo libro andrebbe letto come un romanzo. “Quella che leggerete - scrive - è una storia vera o presunta vera, ma che lambisce i temi cruciali per Joyce e per la sua opera: sfiora i regni ineffabili della vita e della morte, e discute di come, e secondo quali percorsi, le esperienze fatte, le parole dette o scritte, gli incontri casuali sappiano sempre innescare nella mente pensieri e connessioni; e, nella mente degli artisti della parola, grandi intuizioni estetiche ed esistenziali. Intuizioni che diverranno poi alta letteratura”.

In realtà questo è un libro molto personale in cui sembra che l'autore ci voglia parlare delle proprie ossessioni. Veniamo dunque invitati a seguire le orme di Joyce per le strade e piazze di Roma, città che l'irlandese definì “la più vecchia e stupida puttana di città” che avesse mai conosciuto e che risvegliò in lui antiche paure, a partire dalle acque minacciose del Tevere.

Roma gli appare come un grande cimitero, una città che vive dei proventi ricavati dall'esposizione dei cadaveri dei suoi antenati. Rovine. Fantasmi. Un luogo pericoloso. Nei caffè del centro scoppiano bombe, proprio accanto alla banca dove lavora Joyce, contornato da impiegati che si lamentano tutto il giorno “dello stato dei loro 'coglioni'”.

San Pietro troneggia su di lui, temibile simbolo della Santa Chiesa Cattolica e Apostolica Romana, una forza capace di scatenare tuoni e fulmini destinati a colpire peccatori incalliti come Joyce, o a bruciare vivi eretici visionari come Giordano Bruno. E se ciò non bastasse, a Roma c'è pure un re, ma anche anarchici e socialisti. La notizia del matrimonio di Oliver St John Gogarty, letta casualmente su un giornale, spinge il giovane scrittore a credere d'essere stato ancora una volta tradito, reazione che solleva più di un dubbio sulla natura della loro tormentata amicizia. Joyce cerca conforto alla delusione nella lettura del “Ritratto di Dorian Gray” di Wilde.

Le sue notti romane sono abitate da incubi di tradimenti, scene di omicidi, incontri del passato, come quello col buon samaritano Hunter, ma anche dall'immagine evocata da Nora di Michael Bodkin, un ragazzo morto per amor suo. A febbraio 1907 Joyce sperimenta anche una delle rarissime nevicate romane. Tutto questo e molto altro troverà, una volta tornato a Trieste, una sublime trasformazione nel racconto “The Dead”, nel dramma “Esuli”, nell'”Ulisse” e molto più tardi, ormai a Parigi, in “Finnegans Wake”.

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Pubblicato su Il Piccolo