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Addio a Bruno Cavazzon, signore della pallacanestro

Non è retorica sull’uomo di basket scomparso a 83 anni; è l'eredità di un vissuto a contatto con la gente

TRIESTE Se ne va silenziosamente un signore della pallacanestro, Bruno Cavazzon. Non è retorica sull’uomo di basket scomparso a 83 anni; è l'eredità di un vissuto a contatto con la gente, le stesse persone che ricordano i modi garbati, mai sopra le righe, rispettosi di un simbolo della Trieste cestistica.

Robusto giocatore della Stock Trieste di fine anni 50 inizio ’ 60, in serie A; un talento con il peculiare tiro mortifero dall'angolo, tanto da ricevere le lusinghe della Simmenthal Milano, educatamente bypassate per motivi familiari. L'apice sportivo da agonista è la chiamata in Nazionale per le Olimpiadi di Melbourne nel 1956, esperienza mancata per "austerity" denunciata dal Coni. A cavallo degli anni '60/'70 chiude la carriera da giocatore con la storica Italsider del presidente Simoncelli nella palestra della Valle, divenendo poi allenatore. Nel ’78 diventa timoniere dell'Alabarda forgiando giovani che faranno poi parlare di sé, da Alberto Tonut a Zarotti, passando per Sergio Dalla Costa. Proprio da quest'ultimo, storico addetto ai lavori della Pallacanestro Trieste, il ricordo più esaustivo e sincero: «Bruno è stato un fratello maggiore per me, il miglior compagno sportivo e amico vero. Lo vedo ancora arrivare con il giornale sottobraccio in piazza Unità per disquisire passeggiando verso il Canal,con il basket argomento preferito. Equilibrato e animato da quel semplice ma raro senso di protezione: "forza e coraggio (il suo motto), la prossima volta andrà meglio". Potrebbe sembrare una banale frase di un allenatore al proprio giocatore, invece c'è tutta la coerenza di un timoniere che sapeva difendere i propri uomini».

Diede lustro alla Sgt nei tempi d'oro degli anni '90, quando Piero Franceschini dispensava "pedate nel sedere" di saggezza ai giovanissimi e lui in prima squadra costruiva un piccolo capolavoro delle minors. Ricordiamo un uomo imponente ma paterno, che calibrava con innato equilibrio l'autorevolezza e la leggerezza nell'aver a che fare con chi non era ancora strutturato. Alla parola "scaldati" in prima squadra potevano passare 40 minuti con la speranza di vedere il parquet ma state certi che a fine partita sapeva perfettamente come farti sentire importante. Fine conoscitore del gioco, ha dispensato, sottovoce e con rispetto, illuminate interpretazioni tecniche fra i gradoni di Chiarbola e dell'Allianz Dome e seguito le gesta del talentuoso figlio Graziano in giro per l'Italia. Chiuse la carriera di allenatore alla Lega Nazionale. I funerali sabato alle 12.

Pubblicato su Il Piccolo