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Quei trenta Natali di una donna in viaggio per sfuggire il Natale

Tradotto per la prima volta in Italia il libro della giornalista, scrittrice, psicoterapeuta slovena Maruša Krese

arianna boria

Si possono ancora leggere racconti di Natale, anche se il Natale più vicino è ormai passato e archiviato. Si possono leggere se il Natale è un pretesto per esplorare fino in fondo la propria vita, andando avanti e indietro nel tempo, tra le città, le strade e i continenti che l’hanno attraversata. Se è un momento simbolico per rievocare gli amori, gli strappi, le infelicità, le inadeguatezze, gli stupori che l’hanno accompagnata. Anche la Storia, racchiusa nelle tante minute storie di un diario familiare, dalla Jugoslavia del compagno Tito, all’indipendenza della Slovenia, ai giorni dell’assedio di Sarajevo.

È un piccolo, prezioso collage di trenta Natali, edito da Besa Muci nella traduzione di Lucia Gaja Scuteri, quello che ci lascia la poetessa, scrittrice, giornalista e psicoterapeuta slovena Maruša Krese, scomparsa nel 2013 a 66 anni e per la prima volta tradotta in italiano. Laurea a Lubiana e negli Stati Uniti, studi e lavoro in Inghilterra, il trasferimento in Germania dopo la dissoluzione della Jugoslavia, quando in quella patria slovena, diventata repubblica indipendente, non si ritrovava più.

“Tutti i miei Natali”, s’intitola la raccolta, dove il Natale è spesso un transito “fisico”, un vero e proprio passaggio dell’autrice da un paese a un altro, un viaggio che compie in auto, in aereo, in bicicletta, a piedi, prima da single, poi da sposata o divorziata, prima sola poi incinta, infine con uno, due, tre bambini da padri diversi ma nel racconto ugualmente sbiaditi, voci al telefono in una mattina con pochi soldi e senza regali. E in questi spostamenti e spaesamenti del Natale, consciamente cercati («viaggiando alla vigilia sfuggiamo a baci e agli abbracci e alla ricerca di inutili menzogne») che Maruša Krese ci porta dentro la sua vita, con brevi, poetiche, ironiche, a volte dolenti istantanee, tutte senza data (accompagnate da immagini di domestica solitudine firmate dalla sorella Meta).

Lei bambina coi fratelli, la notte della vigilia di Natale, mentre mamma e papà sono alla riunione di partito (“perchè in questo giorno i miei genitori non ci sono mai a casa?”), o dalla famiglia paterna, a Bogneča Vas, a dormire sul forno del pane con i cugini, mentre la nonna spiega che loro, i bambini diversi, i bambini dei “comunisti”, a messa non ci vanno perchè il parroco ha tradito il padre partigiano. E ancora lei, con i piedi bagnati per la corsa nella neve, che scopre il presepio, gli occhi pieni di animali, di magi, di pastori, dietro l’altare di una chiesa, “iniziata ai misteri del Natale” dalla cuoca Pepca, di nascosto ai genitori.

Ci tornerà, in chiesa, molti anni dopo, i figli lontani per cui accende candele, all’alba di un altro, imprecisato Natale, piena di rabbia e di disincanto, chiedendosi dove ha sbagliato. E gli sbagli, tali solo per chi li giudica, sono scelte precise, direzioni intraprese a un incrocio dell’esistenza, su cui nei giorni di festa capita di fare bilanci. Ecco allora Maruša in bicicletta nella Valle dei Re, in Egitto, con i bambini morti di sete che pensano all’albero, mentre lei ha scelto quella destinazione irrituale per andare «lontano dall’inverno e dalla tristezza causata dalle mille bugie dette in famiglia», lontano «dalla vacua aspettativa che a Natale succederà qualcosa di bello». Eccola a Lubiana, sotto la neve e con la benzina razionata, a ripensare a quell’unico regalo di matrimonio di valore, il quadro di un pittore in voga, messo in vendita per comprare da mangiare e pagare le bollette («spero non venga nessuno a farmi visita, perchè oggi ho preso la decisione di disfarmi in qualche modo dell’inutilissima tragedia in cui mi sono andata a infilare»). E ancora a Sarajevo sotto granate e cecchini, nel ricordo dell’impegno dei genitori, su un volo per San Francisco con l’ultimo nato piangente in braccio («che avevo per la testa per farmi incastrare di nuovo? In ogni matrimonio finisco per assumere il ruolo maschile al posto loro»), in un ospedale berlinese col secondogenito in dialisi («mi dicono che ero troppo giovane, che vestivo i bambini troppo leggero e spesso avevano freddo»), in auto da Berlino al confine sloveno, con i tre piccoli guardati con compassione agli autogrill per quella mamma hippie e irresponsabile: «Vi siete persi il Natale».

E per quanto mettendosi in strada si scavalla, si rimanda il confronto con se stessi, rimane «tutto quel chiedersi con lo sguardo perso nel vuoto: “E ora che si fa?”». E la voglia di tornare, in un luogo alla fine da poter chiamare casa. —

Pubblicato su Il Piccolo