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Donò il “pilo”, ora torna a Romans

Il figlio di Aurelio Colonello trasferisce da Milano la salma nel cimitero dei suoi avi

ROMANS D’ISONZO. Domenica mattina, nel cimitero di Romans d’Isonzo, i resti dell’illustre ex concittadino Aurelio Colonnello (Gradisca 1886 – Milano 1973), assieme a quelli di sua moglie Elisabetta Gagliardini, verranno deposti nella tomba accanto a quelli dei suoi genitori, ovvero di Stefano Colonnello e Maria Angela Somonetti. A portarli da Milano a Romans sarà Amando Colonnello, figlio di Aurelio, 96 anni di età, che con un gesto d’amore ha voluto così unire, dopo tanti anni, i resti del papà a quelli dei nonni, morti nel 1943.

Con la posa dei resti di Aurelio, si chiuderà il cerchio di una storia ormai dimenticata a Romans, ma che si intreccia in modo profondo e indissolubile con la storia del paese. Aurelio, infatti, nel 1933 donò l’antenna e il gonfalone del monumento ai Caduti per la grandezza dell’Italia, il popolare “pilo”, che venne posizionato in piazza Vittorio Emanuele III (oggi presente nel Parco della rimembranza di via Decima) diventata così piazza dei Caduti. Aurelio, che nel 1933 risiedeva a Milano, decise di regalare ai romanesi l’antenna e il gonfalone tricolore, come segno di affetto nei confronti di Romans e dei suoi combattenti, prodigandosi poi per concretizzare il dono. La famiglia Colonnello è segnalata per la prima volta a Romans nel 1899 con Stefano Colonnello, titolare di un negozio di chincaglierie, cartoleria e commissione timbri. Negozio che nel 1907 era passato ad Aurelio, mentre il papà Stefano figurava come rappresentante locale della compagnia di assicurazioni Danubio.

Nato a Gradisca, Aurelio si trasferì ancor giovanetto per ragioni di lavoro a Trieste. La guerra del 1915-18 lo sorprese a Pola, da dove fuggì per arruolarsi come Nazario Sauro e altri triestini, capodistriani e isontini, nell’esercito italiano per servire la sua Patria, mentre l’Austria lo condannò a morte. Colonnello, più volte decorato, che in guerra assunse il nome di Zanier, fu nel Battaglione Negrotto, poi nel Savoia Cavalleria e dopo Caporetto nell’Arma Azzurra. La guerra lo risparmiò e si trasferì a Milano per fondare, come editore, la tipografia Tergesteo”, rimanendo sempre molto attaccato alle terre isontine, dove aveva vissuto e verso le quali in più occasione ha voluto manifestare il suo affetto: ultimi doni del 1952 a Gradisca di un ricco stendardo al Duomo e di una lancia alla sezione combattenti e di un’altra alabarda al sindaco di Gorizia per il Museo della. Redenzione. Nel 1954 a Gorizia, donò una targa in bronzo rappresentante la Carica, recante la seguente epigrafe: “In memoria dei cavalieri del 3.o Savoia Cavalleria IV Squadrone, caduti in questo settore”.

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Pubblicato su Il Piccolo