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Il libro ritrovato di Pia Rimini

Morta ad Auschwitz, la scrittrice triestina era famosissima negli anni ’20 e ’30

di CORRADO PREMUDA

Restare incinta a diciott'anni e senza un marito alla fine della Prima guerra mondiale, partorire un bambino nato morto, diventare scrittrice di successo e paladina dei diritti delle donne, sposarsi in età matura e divorziare subito dopo, terminare la propria esistenza a quarantaquattro anni su un treno diretto ad Auschwitz a causa del cognome ebreo e cadere nell'oblio.

La vita della triestina Pia Rimini (1900-1944) è stata un romanzo. Un'autrice che tra gli anni Venti e Trenta del secolo scorso pubblica libri di novelle e romanzi che la segnalano all'attenzione nazionale: il “Corriere della Sera”, il “Giornale d'Italia” e il “Popolo d'Italia” ne tessono le lodi, mentre la “Stampa” azzarda addirittura a scrivere di lei che «più del Soldati e del Moravia possiede qualità davvero promettenti».

È una donna bella, controcorrente, tiene conferenze sul ruolo della donna, usa i suoi drammi personali per costruire storie commoventi e forti che conquistano i lettori. Pur cattolica e battezzata, non viene risparmiata dalla violenza nazista: il sangue ebreo ne firma la condanna a morte.

Con la scomparsa anche la fama acquisita in precedenza viene del tutto cancellata. È perciò significativa l'uscita in questi giorni, in versione ebook, del primo romanzo di Pia Rimini,"Il giunco" (Antonio Tombolini Editore, pagg. 211 pagine, euro 4,90), pubblicato nel 1930 dal milanese Ceschina e da allora mai più riproposto. Il romanzo è accompagnato dalla prefazione e dalle note biografiche di Maria Neglia, autrice triestina e studiosa di Pia Rimini.

«Sono venuta a conoscenza di questa scrittrice grazie al libro di Roberto Curci "La bora in testa". Poi, per caso, mi sono imbattuta in una parente di Pia che mi ha mostrato oggetti e vestiti appartenuti a lei, il suo rosario. Il segretario di monsignor Santin mi ha raccontato di come il vescovo fosse stato vicino alla famiglia Rimini, prima come intermediario presso la Sacra Rota per l'annullamento del matrimonio di Pia, poi per il coraggioso tentativo di salvare quella famiglia dalla deportazione nazista, impresa che gli era riuscita con i genitori ma non con Pia».

Maria Neglia si appassiona al personaggio, lo studia, ne scrive nell'antologia "Oltre le parole. Scrittrici triestine del primo Novecento" curata da Gabriella Musetti fino al recente interesse dell'editore marchigiano Tombolini impegnato in un prezioso ripescaggio di autrici dimenticate. "Il giunco" è un romanzo in parte autobiografico con protagonista una donna di nobile famiglia che rimane incinta di un uomo che l'abbandona.

Lasciata la famiglia senza dare spiegazioni, la donna trova ricovero presso una vecchia insegnante: affronta la gravidanza con determinazione, decisa a combattere le ipocrisie della società, ma con un interno senso di colpa. La perdita del figlio segna l'isolamento definitivo, la sfiducia nell'uomo, il ripiegarsi su di sé, la ricerca di una risposta nella fede.

«La scrittura di Pia Rimini - continua Maria Neglia - è tutta rivolta alle donne che, pur in difficoltà, continuano ad amare e fanno della maternità un sacro valore t. anto che, per i figli, si immolano. Lei non ha nascosto il suo dramma, ne ha fatto materia per le sue storie e si è prodigata, con una serie di conferenze molto seguite, a favore della libertà per le donne di avere figli anche al di fuori del matrimonio. Era bella, intelligente, di buona famiglia: avrebbe potuto voltar pagina e invece ha preferito affrontare, condividere e approfondire la situazione capitatale. Era anche una donna diretta e scomoda: per questo motivo, durante la seconda guerra mondiale, sarà vittima di una delazione e finirà nelle mani dei nazisti».

La vita di Pia Rimini termina di colpo, inaspettatamente, e la sua opera viene rimossa. Una contraddizione con quanto scriveva lei: «Il lavoro a calza somiglia alla vita: i punti sono come i giorni che scivolano via silenziosi, si susseguono e tramano il tessuto; e talvolta volgendosi indietro, si vede il tessuto fatto, ma si pensa che c'è ancora tanto da lavorare».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

Pubblicato su Il Piccolo