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«Pasolini e i giudici, che scontro»

Il giornalista Daniele Ongaro porta giovedì a Casarsa il suo “Santo infame”

di ROBERTO CARNERO

Quella di Pier Paolo Pasolini è stata anche la storia di una vera e propria odissea giudiziaria: a partire dai fatti di Ramuscello, che nel 1949 costarono allo scrittore la perdita del posto di insegnante di Lettere nella scuola media di Valvasone e l'espulsione dal Partito comunista italiano in cui militava dal 1947.

Se ne discuterà a Casarsa al Centro Studi Pasolini giovedì 19 maggio alle 18. Ospiti, con la moderazione di Mario Brandolin, saranno Anna Tonelli, storica a. ll’Università di Urbino e autrice del saggio “Per indegnità morale. Il caso Pasolini nell'Italia del buon costume” (Laterza) in cui ricostruisce la vicenda della radiazione dal Pci, e Daniele Ongaro, giornalista Rai che ha firmato per Rai Storia il documentario “Pier Paolo Pasolini. Il santo infame”. A lui abbiamo chiesto di anticiparci alcuni contenuti del suo intervento.

Ongaro, che cosa racconta il suo documentario?

«Il documentario, prodotto da Rai Storia per Rai Cultura e diretto da Graziano Conversano, è nato lo scorso anno all'interno di una serie di iniziative della Rai per ricordare Pier Paolo Pasolini a quarant'anni dalla morte. Abbiamo deciso di raccontare la vita di Pasolini nel suo tormentato rapporto con la giustizia italiana: un lungo stillicidio di denunce, aggressioni e processi che lo ha accompagnato per trent'anni. Il racconto di questa via crucis giudiziaria è affidato ai ricordi di amici e colleghi, come Adriana Asti, Dacia Maraini, Ugo Gregoretti e Nico Naldini, e alla figura di un narratore che abbiamo affidato all'attore Libero De Rienzo. De Rienzo aveva appena recitato nel film “La macchinazione” di David Grieco il ruolo di Antonio Pinna, un malavitoso coinvolto nell'omicidio Pasolini, ed ha subito accettato la nostra proposta».

Quanti sono stati i processi a Pasolini? Per quali accuse?

«Si è trattato di trentatré processi per le imputazioni più varie, oltre ai sequestri di quasi tutte le sue opere. Si va dagli atti osceni in luogo pubblico alla diffamazione a mezzo stampa, dagli innumerevoli procedimenti per oscenità fino a vicende inverosimili come un processo per rapina a mano armata a un benzinaio. Nemmeno da morto Pasolini ha trovato pace in tribunale: l'iter giudiziario del film “Salò” si chiuderà soltanto due anni dopo il suo omicidio».

Come si sono conclusi per lo più?

«Assoluzioni in primo grado o in appello. Pasolini fu amareggiato, in particolare, per la conclusione del processo per il suo film “La ricotta” per vilipendio alla religione di Stato: dopo una condanna in primo grado, il reato fu prescritto per amnistia. Pasolini non era riuscito a convincere i giudici che per lui quel film era invece profondamente religioso».

Si può parlare di un uso strumentale della giustizia o di una persecuzione giudiziaria?

«Molti giudici e procuratori dell'epoca si erano formati durante il fascismo, e i loro parametri per valutare la qualità e ammissibilità di un'opera d'arte erano ormai fuori dal tempo. Nei processi contro l'uomo Pasolini, invece, si vede quanto la sua stessa figura fosse disturbante. Nella migliore delle ipotesi era additato come un teppista corruttore delle menti. Il fatto che fosse un intellettuale era un'aggravante perché, come tale, più pericoloso per la società».

Qual era l'atteggiamento di Pasolini di fronte ai processi?

«Le denunce scandivano le sue giornate e lui le affrontava stoicamente, cercando soprattutto di proteggere la propria famiglia. Negli ultimi anni di vita e all'apice del successo, invece, Pasolini usa i processi contro le sue opere per sfidare a viso aperto il bigottismo dell'epoca».

Che cosa possiamo capire dell'uomo e dell'artista Pasolini ripercorrendo i suoi processi?

«La vita di Pasolini è stata segnata dal rapporto con la giustizia a partire dal 1949, quando una denuncia rivela in pubblico la sua omosessualità e lui deve abbandonare l'amato Friuli per trasferirsi a Roma. Pasolini è una facile preda per la giustizia e le aggressioni, con il suo stile di vita provocatorio, il suo disprezzo del conformismo, il desiderio di avvicinarsi alle frange più marginali della società. Se vediamo quanto odio l'artista Pasolini sapeva suscitare nell'Italia dell'epoca, non ci stupisce la violenza della sua morte oscura. Ma lui, che amava moltissimo la vita, sapeva che poteva andare incontro a un simile destino».

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Pubblicato su Il Piccolo