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Garimberti è l’omicida di Polentarutti: il monfalconese deve scontare 24 anni di carcere

Scaduti il 30 giugno i termini per la presentazione del ricorso dopo la condanna della Corte d’appello. Adesso dovrà scontare la pena anche per la distruzione, soppressione e occultamento del cadavere

MONFALCONE Roberto Garimberti, 56 anni, residente a Monfalcone, andrà in carcere per scontare la pena di 24 anni, in ordine all’omicidio del 40enne Ramon Polentarutti, nonché per la distruzione, soppressione e occultamento del suo cadavere. I termini per la presentazione del ricorso in Cassazione sono scaduti lo scorso 30 giugno e la sentenza di secondo grado non è stata impugnata. Una sentenza, quella pronunciata dalla Corte d’Assise d’Appello di Trieste, che a questo punto diventa definitiva. Dalla Corte d’Assise d’Appello è attesa l’indicazione ufficiale del passaggio in giudicato che comporta l’avvio dell’ordine di esecuzione ai fini della misura cautelare in carcere. Tecnicamente, viene quindi notificato l’ordine di esecuzione all’imputato, che avrà 24 ore di tempo per presentarsi alle forze dell’ordine oppure direttamente alla sede carceraria.

Per il 56enne a dieci anni dalla scomparsa di Ramon Polentarutti, nell’aprile del 2011, la giustizia “scrive” l’epilogo della drammatica vicenda, in merito alle responsabilità del delitto. E salvo eventuali diversi sviluppi, promossi dalla difesa, in merito alla misura cautelare restrittiva, il 56enne dovrà varcare la soglia dell’istituto penitenziario. Lo scorso ottobre la Corte d’Assise d’Appello, presieduta dal giudice Mimma Grisafi, aveva confermato la pena di 24 anni, disponendo anche la revoca della sospensione condizionale in relazione alla condanna per appropriazione indebita e violenza privata di otto mesi, con sentenza risalente al 2014. Il secondo grado di giudizio ha ribadito negli stessi termini quanto stabilito dalla Corte d’Assise, ritenendo Garimberti colpevole di omicidio volontario e responsabile delle azioni finalizzate a far scomparire il corpo della vittima.

Sono 62 le pagine delle motivazioni alla sentenza. Viene rilevato che il giudice di primo grado è «pervenuto al sicuro convincimento della penale responsabilità dell’imputato, per i reati contestatigli, con un percorso logico-argomentativo puntuale e del tutto condivisibile». La responsabilità di Roberto Garimberti per l’omicidio di Ramon Polentarutti, come si evince, può dirsi provata al di là di ogni ragionevole dubbio, «non ravvisando alcuna lacuna nell’istruttoria svolta e nella motivazione e/o contradditorietà». Una prova di colpevolezza di tipo indiziario e che «si ricava da una lettura complessiva e unitaria degli elementi».

La Corte d’Assise concorda con il primo giudice come «in assenza di seri e concreti elementi contrari o di verosimili e plausibili “alternative”, che abbiano un minimo di concretezza e di serietà, non vi possa essere alcun ragionevole dubbio sulla commissione dell’omicidio da parte di Garimberti».

Condivide un altro ragionamento: escludendo il coinvolgimento diretto del 56enne nell’omicidio, c’è da chiedersi come e perché il cadavere di Polentarutti sia finito proprio nel giardino dell’abitazione di Garimberti e perché avrebbe dovuto impegnarsi in un’attività tanto fastidiosa, raccapricciante quanto lunga e faticosa di smembrarne il corpo se ad ucciderlo fossero stati altri. Altri, del resto, che si sarebbero assunti il rischio di portare il cadavere nell’abitazione del 56enne, in via Carducci, quando avrebbero potuto sbarazzarsene molto più facilmente trasportandolo lontano o gettandolo direttamente in mare.

Un processo ritenuto «coerente nell’integrazione degli indizi che insieme assumono un significato pregnante e univoco consentendo di ritenere conseguita la prova logica del fatto». Indizi gravi, precisi, certi, univoci e stringenti, aggiunge la Corte d’Assise, per i quali non è essenziale un accertamento sulle cause del delitto. Insomma, l’accertamento del movente non è necessario ai fini della conferma della responsabilità penale di Garimberti.

La Corte d’Assise ritiene comunque plausibile che Garimberti nella notte tra l’8 e il 9 aprile 2011 abbia sorpreso Polentarutti nella sua abitazione, dalla quale lo aveva allontanato, e che tra i due sia scoppiata un’accesa discussione proprio perché il 40enne pretendeva di rimanerci, avendo già pagato 4 mesi di affitto. La vittima, si evince ancora dalla motivazione, è deceduta sicuramente per morte violenta, altrimenti non si giustificherebbe l’attività messa in atto per far sparire il cadavere. Il tutto tenendo conto degli approfonditi, coerenti e qualificati apporti forniti da tutti esperti e dei consulenti tecnici, la dottoressa Cristina Cattaneo e il dottor Rosario Fico.

La prima fase inquirente aveva faticato a decollare, tanto che erano stati i familiari, la madre della vittima, Sofia Piapan, e le quattro sorelle di Ramon a battersi per far luce sulla vicenda e avere giustizia, trovando l’assistenza gratuita di alcuni esperti, tra cui l’investigatore privato Edi Ciesco e lo stesso difensore di parte civile, avvocato Ilaria Celledoni. Sofia Piapan era deceduta prima di poter assistere alla svolta delle indagini che, con i pm Laura Collini e Andrea Maltomini hanno condotto alla verità dei fatti. L’avvocato Celledoni, nei due procedimenti giudiziari ha rappresentato anche la figlia maggiore del 40enne monfalconese, mentre l’avvocato Alessandro Franco ha sostenuto la compagna di Ramon, Francesca Costantino, e la figlia minore della coppia.

Pubblicato su Il Piccolo