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Tentato omicidio e suicidio Bozina fratelli sepolti uno accanto all’altra

Le salme sono rimaste in custodia per quattro mesi all’obitorio. Funerali a carico del Comune

In vita, li separava un muro. La parete divisoria tra due appartamenti attigui, al quinto piano del condominio Manuela in piazza Dante. Ma da morti, dopo la duplice tragedia, Luciano e Nadia Bozina, 86 anni lui, 90 lei, si sono alla fine ricongiunti. Riposano ora tra i cipressi di via 24 maggio, dove il Comune, qualche giorno fa, li ha seppelliti. Vicini, come le due croci in legno.

Luciano Bozina era morto, suicida, una domenica all’imbrunire. Il 21 febbraio. Prima di chiudere gli occhi per sempre, approfittando del lasso di cambio turno tra le badanti che si alternavano nella cura di Nadia, aveva impugnato un martello, poi rinvenuto dagli inquirenti, e aveva colpito alle spalle la sorella. Era quindi rientrato nel suo appartamento. E lì lo aveva rinvenuto la Polizia, ormai privo di vita.

L’anziana era stata invece trovata seduta in cucina, in un lago di sangue, ferita alla testa. Esanime, ma ancora tenacemente attaccata alla vita. «Aiuto» aveva sussurrato alla badante giunta dopo le 19. Pur gravissima, per la frattura occipitale esposta, era arrivata cosciente al San Polo e d’urgenza i medici l’avevano trasferita a Cattinara, dove la notte era stata sottoposta a un delicatissimo intervento al capo. Da sotto i ferri era uscita viva. Così, dopo pochi giorni, da Trieste era finita ricoverata alla Rsa di Monfalcone, spegnendosi dopo un mese, il 23 marzo.

L’intervento, tecnicamente, era riuscito, ma la 90enne non si era mai del tutto ripresa dai traumi inferti, tant’è che gli agenti del commissariato, cui la Procura aveva affidato le indagini, non erano mai riusciti a interrogarla, ad acquisire la sua testimonianza. I medici non l’avevano valutato opportuno, in considerazione delle fragili condizioni. Le salme di Luciano e Nadia Bozina erano pertanto rimaste per quattro mesi in custodia all’obitorio del San Polo.

Ieri s’è saputo che esisterebbero solo lontani parenti dei due fratelli, ma dall’altra parte del mondo, tra Australia e Nuova Zelanda, e per tale ragione, alla fine, ha provveduto l’amministrazione ai funerali, con una sobria cerimonia. C’era l’assessore Giuliana Garimberti.

Sul fronte investigativo, invece, a seguito dei due decessi il caso Bozina è destinato all’archiviazione, una scelta che compete al titolare del fascicolo, all’epoca il pm Andrea Maltomini. Le prime ricostruzioni della Polizia si erano indirizzate da subito verso il tentativo di omicidio seguito al suicidio. E fino a oggi, gli inquirenti, non hanno acquisito elementi che suffragassero scenari differenti.

È quindi, la recente sepoltura in via 24 maggio, l’epilogo di una vicenda maturata in un contesto di grande sofferenza fisica ed emotiva, che ha trovato terreno nell’età avanzata. I due fratelli erano molto legati. Quando Luciano Bozina, nel 2010, aveva avuto l’opportunità di acquistare l’appartamento vicino al suo, subito l’aveva colta per trasferirvi la sorella. Di lei, che aveva problemi di deambulazione, si prendeva cura con dedizione. Anche stando ai vicini, mai uno screzio, uno scatto d’ira. Anzi parole affettuose, premure e, nell’ultimo periodo, certamente preoccupazione, ansia per il futuro. Come un macigno, nella testa di Luciano Bozina, dev’essere pesato il timore di non essere più in grado di proteggere la sorella come prima, a causa di un intervento subito di recente.

Lo sgomento, il “corto circuito”. E infine la decisione, irrevocabile e irrimediabile, di farla finita. —

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Pubblicato su Il Piccolo