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Addio Franca Valeri l’attrice che ha raccontato le donne della nuova Italia snob e popolare

È morta a Roma nel sonno, aveva appena compiuto cento anni senza mai smettere di essere ironica e pungente

È morta ieri mattina, nella sua casa di Roma, l’attrice Franca Valeri. Pochi giorni fa, il 31 luglio, aveva compiuto 100 anni. «Si è spenta serenamente, nel sonno» ha detto la figlia adottiva, Stefania Bonfadelli. Questo pomeriggio, al Teatro Argentina, l'ultimo saluto all'attrice che ha raccontato l'Italia moderna attraverso le sue donne. I funerali si svolgeranno successivamente, in forma privata.

Spiritosa com'era, l'aveva certo preparata lei stessa, questa trionfale uscita di scena. Cent'anni compiuti, festeggiamenti esauriti: signori miei, io lascio, statemi bene.

E ci ha lasciati, Franca Valeri, la donna che ha saputo essere tante donne.

Non era ancora arrivato il 31 luglio, giorno del compleanno numero cento, che radio, giornali, televisioni, la rete, di lei avevano già detto tutto. E più di tutto. Gli esordi, la carriera, i film, il teatro, le scenette, i caroselli, i libri, la lirica, gli amori, i disamori, le acconciature, gli abiti, i cani. E tutte le sue donne in fila. Le più famose, le più sconosciute. Le parlaccione, le argute. Le snob, le scostumate. L'atlante femminile che in 75 anni di carriera, Franca Valeri aveva finalmente completato.

Adesso lasciatemi tranquilla, avrà sicuramente detto, spente le ultime candeline, rimesse nei cassetti le tovaglie. Ma no. Vorace e instancabile il mondo dell'informazione continuerà ancora per qualche giorno a rimettere in gioco tutte le tessere di una vita per molti versi esemplare. Come attrice e come osservatrice. Del mondo e di chi lo abita. E di noi soprattutto, di noi italiani e italiane, che abbiamo riconosciuto in lei il più spiritoso dei nostri psicanalisti.

C'è un libro, apparso proprio in questi giorni ("Tutte le commedie", La Tartaruga - La nave di Teseo, 22 euro). Un libro importante perché raccoglie tutti i testi che Franca Valeri ha scritto e ha interpretato. Quasi un regalo, giunto inaspettato in cima ai festeggiamenti. E in fondo a questo volumone di quasi 700 pagine, c'è la bella post-fazione di un'altra attrice, Patrizia Zappa Mulas. Che dice: "Per la prima volta nel nostro Paese cattolico e mammone, una donna ha puntato lo sguardo e ha raccontato con feroce lucidità le distorsioni mentali e i vaneggiamenti di tante donne scompensate da una modernità improvvisata".

E ancora: "Per la prima volta una donna è riuscita a raccontare ciò che di tragico e ridicolo stava accadendo alle donne italiane, stonate e travolte dalle circostanze, strappate dal torpore provinciale dei centrini, da secoli di vita di paese e analfabetismo, di chiacchiere da salottino, davanti a finestre che inquadrano sempre lo stesso orizzonte immobile, e buttate di colpo, senza cautele, in un universo veloce, tecnologico e male informato".

Ecco: fra tante immagini, tante interviste, tanti ricordi, che ognuno di noi può aver distrattamente sfogliato in questi giorni, le parole di Zappa Mulas colgono il lato, a mio avviso, più interessante di Franca Valeri. Non solo l'ironia, non solo l'educazione, non solo il senso della battuta. Soprattutto, la sua capacità di cogliere, in una frase, in un accento, i tempi e i modi di un'Italia che in cent'anni - i cent'anni di Franca - si e andata trasformando, e senza accorgersene.

È vero: nella sua galleria di femmine c'erano le signorine snob, le Cesire milanesi, le romanesche Cecioni. Erano le più popolari, le più spendibili, le più imitate. Ma l'intuito di Franca Valeri andava assai oltre il filo del telefono e la testa con i bigodini. La Valeri coglieva il senso di un'Italia che cinema, radio, televisione erano stati capaci di rendere finalmente unita, nel costume e nei modi di pensare.

Provate a rivederla, magari su YouTube, in "Il segno di Venere" (1955), il film di Dino Risi, che metteva assieme la crema del cinema italiano (accanto a lei, Sophia Loren, Alberto Sordi, Peppino De Filippo, Vittorio De Sica, Raf Vallone, un'irresistibile Tina Pica).

Osservatela con attenzione, nel suo trench alla moda, nel suo muoversi disinvolto. Cogliete in lei, spavalda ma romanticamente innamorata, tutte le trasformazioni delle giovani donne metropolitane che con il lavoro, con una diversa morale, con nuovo abbigliamento, dagli anni '50 in poi, avrebbero rimesso in piedi l'Italia.

Lo stesso punto di osservazione con cui il nostro Paese veniva osservato da Pasolini e da Eduardo, da Fellini e da Arbasino. Ma loro erano uomini. Lei aveva la caparbietà, la lucidità, l'ironia per mettersi alla stessa altezza. Così, di sketch in sketch, di film in film, di regia in regia, e di libro in libro, "la Franca" diventava un mito. Mito pop e mito intellettuale.

Ma costretta ormai sulla sedia a rotelle, dopo una brutta caduta, lei non si occupava più del proprio mito. Rilasciava di tanto in tanto interviste, spiritosissime. Non leggeva più i giornali. La televisione l'accendeva solo per le prime della Scala. Rifletteva magari su che cosa vuol dire avere cento anni e avvicinarsi alla conclusione. Paura? Curiosità? «Voglio proprio vedere cosa c'è dall'altra parte» aveva detto nell'ultima intervista. —

Pubblicato su Il Piccolo